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mercoledì 4 marzo 2009

A Imperia. Mezza bagnata, mezza fortunata

Questa mezza maratona me la sarei voluta godere in un altro modo. Mentre correvo per Imperia sotto una pioggia prima malinconica poi più seria e a volte torrenziale, pensavo alla gente che quella domenica mattina se n'era rimasta in casa al calduccio, magari ancora a letto.

Dev'essere fantastico svegliarsi e sentire quello strano scalpiccio per strada, e percepire a tratti tra indistinto brusio qualche sospiro in chiaro. Molti si saranno chiesti che cosa fosse quel rumore così diverso dal solito strisciare di pneumatici sull'asfalto. E, che bello, poi, una volta accortisi che a produrlo erano centinaia di scarpette una dopo l'altra sulla strada bagnata, pensare: "Sono tutti dei pazzi", rimboccarsi le coperte e tornare a dormire.

Invece, come potete ben immaginare, ero dall'altra parte. La mia giornata era cominciata ben prima, anch'io avevo teso l'orecchio per sentire i rumori per strada e poi, incredulo, ero andato a vedere: sì, pioveva. Cercai di fare l'elenco delle cose da fare quella giornata. Non ne trovavo che una: la mezza maratona di Imperia. Non avevo sbagliato giorno, mi toccava e basta.

Così ho preso la macchina e ci ho caricato i miei (ultimamente si sono appassionati, mia mamma fa il tifo, mio papà sa che corro un 10mila in poco più di mezzora) e sono partito per Calata Cuneo.
Mi sono trovato di fronte ad una manifestazione organizzata particolarmente bene, tutto sarebbe stato perfetto se il tempo fosse stato buono. Ma no, acqua che Dio la mandava. Bene, mi son detto, quella c'è per tutti. Ho il mio cinghiale sulla canotta che scalpita. E poi incontro diversi amici e bagnarsi tutti insieme è più bello: la Micol che fa subito primavera, Marco Marsiglia in gran forma, il dottor Monza Richard Gere del triathon, Picone il rifinitore e Max Malano. Quest'ultimo si distingue per il fiato: poco dopo, al 3° km eravamo a 3.30 e continuavamo a parlare e a scherzare. La Ferrara che era nel gruppo deve averci preso per scemi.

Certo, raccontati così 21 km sotto la pioggia sembrano bazzecole. Invece sono duri, soprattutto quando le scarpe pesano mezzo chilo e ti scaricano l'acqua sui polpacci con rischio crampo ad ogni cavalcavia. Trovo un gruppetto che va al mio passo. Uno di Trieste, uno di Torino e poi c'è Cuffaro, storico maratoneta rivierasco. Restiamo insieme fino a meno 800m, poi a me vengono i crampi e devo mollare, ma arriviamo sugli 1.17.24 e sono contento.

Adesso il mondo per me si divide in due: quelli che domenica erano a letto e noi.
Penso che quelli che erano a letto, in qualche modo dovrebbero ringraziarci. Di questi tempi non è così facile avere di queste sensazioni così, gratis, e permettersi di poltrire grazie alla fatica di qualcun altro. Ma il bello dello sport è pure questo. Che uno una domenica mattina possa alzarsi, aprire la finestra e vedere sotto una città che corre.

Classifica qui

martedì 3 febbraio 2009

Un posto à le soleil

Ci sono gare che riescono ad anticipare le emozioni di una stagione che sta per cominciare. Domenica scorsa un piccolo gruppo di cinghiali ha partecipato alla Course du soleil, gara che si tiene da anni tra Nizza e Monaco.
Non è una mezza maratona qualsiasi e nemmeno una podistica come le altre. Funziona così. L'appuntamento è alle 7 allo stadio di Monaco, per cui ti devi alzare come minimo alle 5.30 se vuoi mettere qualcosa nello stomaco per fare 20 e rotti km. Arrivi lì e trovi una serie di pulman che già pullulano di personaggi mezzi assonnati e imbacuccati, con il piumino e i leg-ins che sembrano pinguini. Un passante (se ce ne fossero perchè lì, la domenica mattina alle 7 con 5 gradi è difficile trovarne) potrebbe pensare che sia gente in partenza per un pellegrinaggio che so, a Lourdes o in qualche altro luogo di culto o di svago, Carcassonne, i Castelli della Loira. Invece no. I pulmann servono per deportare i podisti solo fino al porto vecchio di Nizza, alla partenza.
Solo che, per qualche strano motivo, il nostro autista non sceglie la tranquilla e comoda bord de la mer, ma inerpica l'iveco turbodiesel sulla Moyenne e poi sulla grand Corniche. L'ideale per digerire la colazione.

C'è chi non se ne accorge nemmeno e ne approfitta per continuare la dormita, ma io alla trentesima curva non ne posso più. Tutto il prezioso carburante che ho immagazzinato rischia di finire sulla moquette di un autobus delle linee monegasche. Per fortuna comincia la discesa. E poi ci sono gli altri. Gente della Pro Sanpietro, del Riviera, Marco Bruno (neo papà), Micol, e poi i nuovi cinghiali Morena e Stefano, con un triathleta di Acqui che fa il viticoltore e dunque è di grande compagnia (chiedo scusa ma non mi ricordo il nome). Ridiamo, scherziamo. Ci sentiamo un po' come in gita alle medie, ma con il compito in classe il giorno dopo.

Arriviamo. Nessuno vorrebbe uscire. Nel pulman s'è creato il microclima ottimale: 20 gradi circa, si starebbe lì ancora altri 5 minuti. Invece, Allez! ci intimano di uscire perchè l'autista deve fare
manovra. E poi noi avremmo la gara. Ah, già. Usciamo, prendiamo in fretta i pettorali, un bicchiere di the caldo, innaffiamo un banano lì vicino e ritorniamo subito dentro al calduccio per cambiarci. Fanno tutti così, eccetto quelli che vengono in macchina e se ne stanno chiusi con il riscaldamento acceso.
Poi però si comincia a vedere qualcuno che sfida al freddo e corricchia. Sono sempre di più. In un attimo la strada del porto vecchio si riempie di gente con il loro bel pettorale. Scendiamo pure noi e proviamo a scaldarci in qualche modo. Ognuno ha il suo. Ripetute a 150 battiti, corsetta lenta, passeggiata catwalk o "vado a pisciare il cane".

Arriva la macchina dei giudici. Che bello quell'attimo prima della partenza in cui ti pigiano uno contro l'altro, elite con veterani, prof e scappati di casa, (uomini con donne se sei fortunato). Esclusi gli odori, naturalmente.

Il via lo danno alla francese. E cioè quando non stai pensando assolutamente che devi partire. Magari hai appena notato una scarpa slacciata o ti stai grattando la schiena o non sai se a casa hai lasciato aperto il gas. Dopo 500 metri la resa dei conti: una salita con tre tornanti che tolgono il fiato e fanno selezione. I primi se ne vanno, gli altri si pentono di non aver dirottato il bus.
Però il resto della gara compensa la fatica. Si corre a tratti sul mare o sulla Corniche, sotto scorrono Cap Ferrat, Beaulieu, Villefranche, Cap d'ail. Di soleil ce n'è davvero poco. Nel tratto delle gallerie il vento contro dà fastidio ma ormai mancano 5 km e si pensa già all'arrivo.
Stupisce poi la precisione dell'organizzazione, dei rifornimenti, delle iscrizioni, roba impensabile, ci dispiace dirlo, oltre ponte San Luigi.


lunedì 5 gennaio 2009

Ognuno ha la sua garoupe

Eccola lì la Garoupe, spunta dai pini Cap d'Antibes come un bambino timido che vede per la prima volta il mare.
Ma Garoupe è una parola strana. E' il nome di uno dei promontori sicuramente più belli del Mediterraneo, ma ha dentro anche qualcosa di nuovo, di agonistico, di mitico. Se fosse una gara, non un sarebbe un campionato del mondo, e neppure una kermesse internazionale, ma un ritrovo di pochi, un campionato del cuore.
Io penso che ognuno di noi abbia la sua Garoupe. Nel senso che tutti abbiamo delle gare che ci sono entrate nel cuore, non tanto perchè siano state organizzate alla perfezione e nemmeno perchè vi abbiamo fatto un grande risultato, ma perchè il loro percorso è diventato per un momento parte della nostra esistenza, qualcosa a cui siamo affezionati.

La mia Garoupe è la Montée de la Garoupe. Come gara, è davvero strana. Fuori da tutti i calendari. Incontemplata da nessuna federazione. Fino a un mese prima, nessuno sa se e quando la faranno. C'è stato un anno che nessuno l'ha organizzata e so di gente che s'è radunata lo stesso sotto il faro per correre. Di solito è dopo la Prom'Classic, gara battutissima della Promenade des Anglais. Quest'anno l'han fatta prima, il 4 gennaio. Buon segno. Chissà, un giorno arriverò a capire come andrà l'anno nuovo dalla posizione della Garoupe sul calendario.

L'abbiamo scoperta con Stefano ben 8 anni fa. Dopo la Prom, lui mi passa un volantino. Lo guardo e non abbiamo dubbi: ci andiamo. Levataccia alle 6.30 per essere lì per le 8.30. Iscrizioni sul campo. Troviamo un gruppetto di signore gentilissime e infreddolite che segnano il tuo nom e prenom (da ricordarsi che in francese nome e cognome sono invertiti) e poi ti danno un pettorale. Pronti, ai posti via. Una gara "locale" che però fa quasi 300 persone. Impensabile oltre Ponte San Luigi.

Dopo 8 anni, le mème choise. E' cambiato soltanto che adesso ti danno anche il chip. Beh, questa tecnologia. Ma il faro è sempre lì e ci devi salire come un pellegrinaggio. Alla chiesetta lassù, ci sono andato non so quante volte. C'ho portato amici, parenti, mamme, donne. Dentro ci sono non so quanti ex-voto. Gente che aveva la barca spaccata nel mare grosso, ma s'è salvata. Qualcuno a letto ammalato che invocava la Madonna. Un giorno ne porterò uno pure io, un po' particolare, con un tipo che nuota, un altro che sfatica in bici e un altro che corre.

Buon anno cinghiali, a ognuno la sua Garope!

sabato 20 dicembre 2008

E' qui la festa!

Cara Fitri, Comitato Regionale Ligure,
ci piacerebbe tanto partecipare alla Festa del Triathlon Ligure da voi organizzata per domenica 28 dicembre 2008 a Genova.
Ci piacerebbe molto, ripeto, ma è troppo lontano. Si tratterebbe per noi, per la nostra piccola società, di percorrere una distanza incompatibile con le nostre possibilità.

Ci toccherebbe colmare il distacco che molti di noi hanno voluto frapporre tra il proprio modo di intendere lo sport e la politica che gestisce il proprio sport.
Si tratta quindi, ormai l'avrete capito, di una distanza più ideologica che chilometrica.

In Italia e ancor più in Liguria, la geografia delle opinioni conta ormai molto di più che quella delle cartine. Questo purtroppo avviene anche nel triathlon. Ci sono città, infatti, che, pur essendo a due passi da noi, sono molto più vicine a Genova. Sanremo, ad esempio, è molto più vicina di quanto si possa pensare. Ma dista anni luce dalla nostra piccola Bordighera.

Questa distanza consiste soprattutto nel fatto che il triathlon è una multidisciplina ma consta "soltanto" di nuoto, ciclismo e corsa. Il nostro obiettivo, quello per cui ognuno di noi si allena tutto l'anno trascurando spesso lavoro, affetti ed altre ambizioni, è quello di partecipare alle gare che sogniamo per mesi. Ogni altro scopo, da quello narcisistico dell'esibizione del primato, a quello della raccolta di consensi a fini politici interni alla Federazione, non ci interessa. Riteniamo infatti che per quest'ultimo sia necessario un talento speciale che siamo certi di non avere. Preferiamo così allenarci per duathlon triathlon e maratone, piuttosto che correre dietro a fantomatiche poltrone.

C'è anche un altro motivo. Per noi il triathlon non ha davvero frontiere. Forse a Boccadasse nessuno ci conosce, ma provate ad andare a Tolone, a Hyeres, ad Antibes, a Manosque, a Cap D'Ail, a Saint Raphael, a Montecarlo. Sicuramente si ricorderanno dei cinghiali. Alle gare li sentivi gridare "Allez le bleus". E che sorpresa: incitavano noi! I francesi sono come le loro gare: sanno bene come scremare lo sport e la passione dal resto. Nel nostro primo anno di vita siamo stati alfieri di un modo di intendere lo sport che fa onore a tutta l'Italia e anche alla Fitri naturalmente. Prima, anche solo tre anni fa, c'erano gare in cui non volevano iscriverli "les italiens". Nel 2008 c'è stato uno di noi in praticamente tutti i triathlon da marzo in poi, addirittura nel durissimo Montecarlo.
Ma per questo non esiste un premio nel vostro novero. Anzi, il vosto rank è ancora ottusamente studiato per premiare chi partecipa a gare piatte e draftizzate, organizzate in luoghi per noi davvero lontani geograficamente, in cui tra l'altro, il vero spirito della disciplina non dico si è perduto ma si è fortemente ridotto ad una gara podistica. E a questo alfabetizzate i giovani.

Siamo una piccola società, appena nata, ma con già in bacheca un titolo regionale olimpico e diversi ottimi piazzamenti. Per noi è già un trionfo, è già una festa.
Un caro saluto e un augurio per un 2009 con più gare e meno parole.

martedì 9 dicembre 2008

1° Maratona del Mare: più maratone, meno poltrone!

In 42 km hai tempo per riflettere su tutto. Ti vengono in mente le cose più strane. Di quando eri piccolo e ciccione e volevi vincere la corsa della Villetta di Beusi: nemmeno 2 km non competitivi (facevano vincere i neonati in carrozzella, pfù!) e invece dallo sforzo per poco non mi veniva un infarto.
Pensi a tua nonna che mentre corri sta a casa a cucinare la sardenara. A dove saranno i tuoi amici che corrono con te, prima, dopo, dove. A dove sono quelli che ti hanno insegnato che cosa vuol dire correre, ai mille discorsi fatti nelle trasferte. Pure alle formiche. Che se ne fregano e, mentre corri, camminano sulla tua ombra sul muro.

L'ultima cosa che mi viene in mente, quando corro una maratona, è il budget che hanno speso per organizzarla, è il pacco gara e se dentro ci abbiano messo la marmellata di fichi o una foglia di cicoria.

Queste cose le lascio pensare ai maratoneti delle poltrone.
Domenica scorsa, 8 dicembre 2008, ho corso la 1° Maratona del Mare. E' stata una scelta un po' di necessità un po' di virtù. Perchè non sono riuscito a iscrivermi alla Nice-Cannes a causa della chiusura a 10 mila iscritti. Ma anche perchè ci tenevo a "correre in casa" e a onorare questa manifestazione, consapevole di tutti gli sforzi che ci vogliono per organizzare un tale evento qui da noi nel Ponente Ligure. Potevo andare a Firenze la domenica prima. La gamba c'era e avrei corso una maratona prestigiosissima. Di sicuro avrei avuto l'imbarazzo della scelta, in Italia e all'estero per correre. Invece ho deciso di correre a Sanremo perchè quella gara ha un significato: correre sulla nuova pista ciclabile è un po' come siglare una liberazione del Ponente, un affrancamento dalle logiche che hanno dominato i nostri posti per anni. Potevano costruirci, farci un'altra inutile Aurelia bis. Invece lì la gente oggi ci può correre e godere una volta per tutte del proprio territorio.

Per esperienza, so cosa vuol dire organizzare una manifestazione di tale livello a Sanremo. Vorrei così dare la mia opinione rispetto alle critiche comparse su Il Secolo XIX alla manifestazione di domenica. Non le condivido perchè le credo ispirate più dagli interessi personali di chi le ha mosse che da sani principi sportivi. E' facile contestare una nuova iniziativa senza tener conto delle difficoltà che si incontrano nell'organizzarla. Organizzare una maratona è una cosa dura almeno quanto correre la Maratona stessa. Ancor più, come nel caso della 1° Maratona del mare, se si considera che nel frattempo il comune è stato commissariato ed è mancato il suo appoggio. E poi, reperire fondi e sponsor per una manifestazione che non sia calcio, in Italia e in Liguria è difficile. Nessuno vuole scommettere più di tanto. Il concetto di sport è quello italiano, lontanissimo da quello della vicina Francia, dove la gente si sgola anche per il 130° che passa. Qui se ne fregano.
La critica più grave tra quelle mosse dai detrattori è poi quella che riguarda gli atleti, definiti "di secondo se non terzo piano". Oltre che falsa (1.04 sulla mezza e 2.19 sulla maratona sono tempi elite) questa affermazione è davvero indice di una cattiva educazione allo sport. Da chi gestisce una squadra e soprattutto un settore giovanile, si pretenderebbe un rispetto maggiore per il gesto sportivo in senso assoluto, che sia compiuto da un podista della domenica che da un professionista.

Ma chi corre davvero non si lamenta. Ogni gara è una storia a sè. L'acqua è uguale se te la danno da una fontanella che da una Levissima. Anzi, quella dell'AAMAIE è di sicuro più buona e costa meno. Datemi solo acqua del rubinetto. Il pacco gara riciclato? Il rinfresco terminato? Ho conosciuto decine di piemontesi felici di essere in gara solo perchè domenica 8 dicembre, ad Asti, ad Alba, a Carrù, c'erano -4°C.

Ogni critica ha la sua legittimità. E va commisurata alla sua fonte. Io penso che questa manifestazione non vada castigata sul nascere, ma anzi. Smettiamola di fare i soliti liguri e coltivare i nostri orticelli.
O, nel caso specifico, corriamo più maratone, invece di correre dietro alle poltrone.

martedì 25 novembre 2008

Il mio "avversario"

Domenica ho imparato che, almeno nel suo significato sportivo, la parola "avversario" è alquanto limitativa. Chiamare "avversario" uno che corre assieme a te la stessa gara è fuorviante. Indica più qualcuno con cui si ha una questione in sospeso, una questione privata fatta di cose evidenti a tutti e di altre note soltanto a te, qualcosa tipo "mors mea vita tua". Invece domenica alla seconda Valmeriade 2008, il duathlon di Vallecrosia, ho imparato che il mio "avversario" non solo è uno come me con la casacca di un altro colore, ma che, anzi, la sua esistenza mi è necessaria come la gara stessa e alla fine dà un senso a tutto il resto.

Vi racconto che è successo.
Domenica 23 novembre 2008 sono andato al Duathlon di Vallecrosia deciso a fare il risultato. Ci credevo davvero. Così deciso che la sera prima a cena dal buon Fabrizio ho bevuto pochissimo vino e non ho mischiato carboidrati e proteine, mentre gli altri cinghiali si sfondavano di picci e brunello. (Simonetta, potrai mai perdonarmi?)
E' che sapevo di stare bene e volevo fare il risultato, una volta tanto. Sapevo già chi avrei trovato alla linea di partenza: tutti i miei amici, i compagni di squadra e anche qualche "avversario". Uno in particolare: quel Guillaume Besnard, il francese dagli occhi di ghiaccio arrivato dal nulla giù al nord per vincere qualche domenica fa a Perinaldo. Sappiamo forse entrambi di essere l'uno l'avversario dell'altro. Ma lui non è uno di quelli che mettono le distanze. Si avvicina cavallerescamente e ci salutiamo cordialmente nell'aria gelata: il Grammondo ha messo il cappello e ci sono 5 gradi.

Al via, nella prima frazione di corsa ci ritroviamo io e lui. Teniamo un bel ritmo e si crea subito un certo distacco. Io sto molto bene e provo a forzare un pochino. Lo sento faticare e rallento. Non avrebbe avuto senso, non sarei riuscito comunque a staccarlo di molto e sarebbe stata una dichiarazione di guerra. In bici mi avrebbe raggiunto e sicuramente staccato: l'ho visto salire a Perinaldo e dar del filo da torcere ai più forti. Così cambiamo assieme e possiamo anche prendercela relativamente calma perchè intanto s'è aggiunto il piemontese Roasio, ma gli altri sono lontani.

Guillaume mi chiede se ci sarà vento contro in valle. Peut-étre, gli dico: in gara il mio francese migliora. Siamo in tre. L'agonismo mi consiglia di non dar troppi cambi, ma lo sport mi fa fare il contrario: siamo in due a tirare e Besnard continua a guardarsi indietro, ha paura che il plotone ci raggiunga. Così ogni tanto mi metto davanti e butto giù qualche dente, anche se in bici ultimamente sono andato pochissimo e le gambe cominciano a friggere dallo sforzo. Poco prima del giro di boa la pendenza aumenta. Guillame si accorge che soffro. Potrebbe alzarsi sui pedali e staccarmi, ma non lo fa. Mi aspetta. Non può essere, mi dico, perchè mi aspetta, dietro c'è un gruppo di ciclisti bordigotti agguerritissimi capitanati da Valmer a un minuto e lui aspetta me. Tiro fuori le energie dalla cena di ieri, scatto e lo raggiungo. Restiamo io e lui. Lo piloto nelle curve più cattive di Soldano, lui si mette davanti nei rettilinei e tiene i 50 all'ora. Ci diamo cambi regolari e teniamo il nostro margine fino al cambio.

In zona cambio lui è un fulmine. A me invece viene un crampo al polpaccio mentre indosso la scarpetta sinistra. Lui se ne accorge, ma adesso non può aspettarmi. Sportivo non vuol dire scemo, e lo capisco. Penso: al suo posto avrei fatto esattamente la stessa cosa. Se ne va, prende i 150 preziosi metri che saranno determinanti. Diventa una gara all'inseguimento. Quei 2,5 km me li ricorderò per sempre. E penso anche lui. Il crampo mi passa al primo giro di boa. Lì c'è Paolo. Non so, forse è stato un suo urlaccio a farlmelo passare. Guillame è sempre lì davanti, una sagoma nera e sottile. Adesso ha da correre tutto il luongomare di Vallecrosia con uno dietro in rimonta. Non lo invidio per niente. Comincio a recuperargli centimetro dopo centimetro. A metà qualcuno mi urla "E' in crisi! E' in crisi! Adesso devi fare lo sforzo! Dai!". Vedo solo lui, non sento più niente, sono un uomo che corre e basta. Allungo il passo gli sono quasi addosso al secondo giro di boa. Ma il vedermi così vicino gli fa tirare fuori le riserve e tiene. Ce l'ho a 50 metri ma non riesco a catturarlo. Si vede che fa fatica, ma è un osso veramente duro.

Gli ultimi 300 metri sono una delle esperienze più belle che lo sport mi abbia mai dato: ci sono quasi, l'ho lì a 5 metri. Tagliamo entrambi la curva prima del park per l'arrivo rischiando di mettere sotto una signora curiosa. C'è la rampa per il parcheggio: a quei ritmi può essere letale. Io la prendo a tutta e mi avvicino ancora. Lui la patisce. Lo sento respirare con la bocca aperta. Dietro arriva Andrea in bici che mi urla di tutto. Ci urla di tutto. Perchè non c'è lingua che tenga, quando soffri capisci anche l'arabo, devi correre e basta.

Immagino quello che allora deve aver avuto dentro Guillaume: straniero in terra straniera, braccato, preda, con un cinghiale di casa dietro a inseguirlo. La sua corsa diventa una fuga, da corridore diventa fuggitivo. Non è più la gara di una domenica, questa è vita. Ora corre con l'energia di base. E' qualcosa ancestrale, la forza che conosce soltanto chi deve sopravvivere e che la maggior parte degli uomini hanno dimenticato. Solo lo sport a volte ce la restituisce. Guillaume tira fuori tutto quello che ha, sta spremendo la sua anima come uno Squizzy. Neppure io scherzo. Voglio raggiungerlo per i miei compagni, abbiamo tutti voglia di gioire assieme e poi, sarebbe bello arrivare a casa con un trofeo, far felice mammà e pavoneggiarmene con gli amici e le donne.

Ma le mie ragioni non sono abbastanza. Mancano 50 metri. Sono in rimonta, ma mi mancano quei 50 centimetri per raggiungerlo. Lui supera il traguardo e cade, come se la vittoria l'avesse colpito. Anch'io mi accascio, abbiamo entrambi un groppo in gola.

Qualcuno arriva a chiedere, Ma chi u l'ha vintu?
Mi alzo, Ha vinto lui, dico. Questo è il mio avversario.








martedì 11 novembre 2008

Alla conquista di Perinaldo

Ci sono due motivi per trovarsi a Perinaldo in una fredda domenica mattina di novembre.
O siete cacciatori di cinghiale o siete cinghiali.

Nel primo caso, imbracciato il vostro schioppo a pallettoni, indossati anfibi e tuta mimetica, ingollati quattro caffè, due grappini e tanta pazienza, lascerete il bar Paradiso per accucciarvi in qualche umido cespuglio di Monte Bignone, in attesa che i cani stanino la bestia e la radio urli "u l'ariva! U l'ariva!". Pum!

Nel secondo caso siete lì perchè quella domenica, esattamente il 9 novembre 2008, i cinghiali del Ponente triathlon hanno organizzato la prima ciclopodistica di Perinaldo.

Al bar, i due gruppi di avventori si sono squadrati un pochino. Chi arrivava con la doppietta, chi con la bicicletta: due modi diversi di intendere il paesaggio e la domenica mattina. Qualcuno di noi ha pure temuto che, a indossare la divisa del Ponente, con stampigliata la faccia del cinghale STMT, si rischiasse la vita: al giro di boa della corsa c'era una nota posta di caccia.

Poi i cacciatori son partiti e Perinaldo è rimasta ai cinghiali. Al ritrovo per la prima delle Valmeriadi c'era il clima gioviale e piacevole che si vorrebbe a tutte le gare. Nessuno si sente professionista, tutti scherzano sul proprio stato di forma, ci si dà battaglia solo dal via, prima è solo fiato sprecato. Sì perchè il bello delle Valmeriadi è che si è tutti amici. Non sono gare da calendario, corrono di voce in voce agli incroci di Vallecrosia, tra i gruppi di ciclisti sul lungomare a Ventimiglia. Addirittura la voce ha rimbalzato sul Grammondo ed è arrivata, come vedremo, fino a Breil. Valmer e compagnia, bomboletta alla mano, sono in giro a segnare il percorso. Poi si cambiano e in un attimo sono pronti al via. Non si sa dove trovino tutte 'ste energie.

La zona cambio è spartana ma spettacolare: nella piazza dell'oratorio, da una parte la cornice già innevata del Bego e del Marguareis, dall'altra la valle che digrada fino al mare. Cosa vuoi di più?
Si parte. Frazione di trasferimento fino a Vallecrosia alta, passando per Soldano e San Biagio, davanti alla casa di Francesco Biamonti. Stop davanti al treno-museo della canzone italiana, il tempo di abbandonare giacche e giubbotti (su a Perinaldo c'erano solo 7 gradi) e via.
Gli stradisti fanno subito il loro ritmo. Fino a Soldano è un continuo susseguirsi di scatti e sfide: chi resta davanti, chi rilancia, chi parte a rasoio. Difficile tenere buone le gambe per la corsa. Per fortuna le moto della ciclistica Bordighera aprono la strada e fanno un ottimo lavoro.

Attorno scorrono case, mulini, orti. Sembra di correre in un presepe: San Biagio e Soldano con i campanili e l'odore delle case riscaldate per la colazione. Da qualcuna arriva pure profumo di cuniju cun e urive. Sulle banderuole dei campanili c'è ancora qualche stornello, sono gli ultimi, quelli che non si sono ancora decisi a partire.

L'inizio della salita per Perinaldo trova i migliori in testa. Ma c'è una sorpresa. Un ragazzo di Breil, Guillaume Besnard, nome cavalleresco, d'altri tempi, serio e taciturno che pedala assieme a Borfiga e ai migliori bordigotti. Al cambio sono lui e Borfiga a giocarsi la gara a piedi e nelle rampe finali è il francese a spuntarla d'esperienza.
Non so voi, ma a noi in questi casi scatta la curiosità. Abbiamo scoperto un nuovo duellante, uno che darà del filo da torcere a tutti, un possibile cinghiale. Claudio, il nostro P.R., va subito a conoscerlo. Guillaume fa l'insegnante di matematica a Breil, ma i numeri li ha anche per il triathlon. Speriamo di rivederlo presto.

La premiazione è qualcosa di surreale. Tutti insieme nella piazza della chiesa di Perinaldo, sede di tante storiche e rissose Ramesane: chi si mangia un panino e un pezzo di sardenara, chi fa stretching, chi sta sui gradini a godersi il sole e guardare il mare. Bimbi che corrono ovunque con mamme appresso, aspettando i papà triathleti.
Il paese è deserto, il circo oggi siamo noi.

Cronaca sportiva e classifica su: http://www.sanremonews.it/it/internal.php?news_code=74798

Alla prossima Valmeriade, il 23 novembre a Vallecrosia.

giovedì 16 ottobre 2008

Valmeriadi 2008

Pierre de Frédy, barone di Coubertin (Parigi, 1 gennaio 1863 – Ginevra, 2 settembre 1937), è stato un pedagogo e storico francese. Un signore alto, serio e robusto, con un bel paio di baffi a manubrio, dai quali uscivano motti e sentenze, come "L'importante è partecipare".




Valmer Turchi, presidente del Ponente Triathlon. E' un benzinaio dell'API di Vallecrosia, anche lui fisico prestante, serietà assoluta, baffi da cronometro e vena aforismatica: "Senza tante musse", è la sua frase tipica.

Ecco, oltre ai baffi, questi due personaggi hanno ben più in comune: se il primo è conosciuto per essere il fondatore delle moderne Olimpiadi, il secondo è non meno famoso per aver inventato le Valmeriadi.
Le Valmeriadi sono due gare che in Francia definirebbero "Avenir" categoria che in Italia non si sognano nemmeno di inventare: servono a quelli che vogliono avvicinarsi alla multidisciplina per conoscersi meglio e a quelli che la praticano già per divertirsi da matti.

Per disputare le Valmeriadi però, non bisogna attendere quattro anni. I delusi di Pechino potranno rifarsi in Val Verbone domenica 9 novembre e domenica 23 novembre 2008. Vediamo le gare nel dettaglio:

Valmeriade di Perinaldo

Il 9/11 ci si ritrova tutti insieme per la prima valmeriade a Perinaldo. Come si deduce dalle immagini (tratta da www.marziamontagna.it/liguria.htm), si tratta di un percorso che si presenta completamente pianeggiante, con qualche piccola asperità, ma dal panorama che merita davvero. Chi è veloce in bicicletta, può dare tutto nella cronoscalata di Perinaldo, tenendo conto però che poi dovrà affrontare 5 km nei carrugi del borgo del grande astronomo Cassini, cercando possibilmente di non vedere le stelle.




Valmeriade di Vallecrosia

Il 23/11 appuntamento per la tradizionale podistico-ciclistica di Vallecrosia.
5 km di corsa sul lungomare, con una bella cornice di pubblico.

15 km in bici fino a Soldano e ritorno. Chi fa la scia non è figlio di Maria

2,5 km di corsa fino all'arrivo.

Focaccia, sardenara e bibite per tutti.


Le gare di solito vengono disputate con qualsiasi condizione climatica, etilica e pancreatica.
Chiunque voglia partecipare si presenti munito di certificato medico. Per informazioni: paoloborfiga@hotmail.com; giarevel@libero.it

L'importante è partecipare: senza tante musse!

lunedì 29 settembre 2008

Lerici, più a levante non si può

Era la gara meno ponentina dell'anno. Ma anche quella che dall'altro lembo di Liguria, suggella una stagione che ci ha dato grandi soddisfazioni.
Non è così immediato raggiungere Lerici dal Ponente. In linea d'aria, paradossalmente, è più vicina la Corsica. E poi puntare il muso a Est, noi abituati ad andare sempre a grattare un po' di west, ci risulta difficile, come pedalare controvento.
Non siamo però rimasti delusi. Nonostante l'innata decadenza del triathlon in Italia, ci sono ancora gare che sono una festa per questo sport.
Lerici è una gara bella perchè vi convergono triathleti sconosciuti, si sentono accenti, espressioni, improperi, imprecazioni nuove: dalla Toscana, dall'Emilia, dalla Lombardia, insomma Lerici sembra proprio il primo avamposto tra la via Aurelia e il West. E poi Lerici è gemellato con Mougins, quindi noi del ponente ci sentiamo subito un po' a casa. Troviamo anche facce amiche: ci sono Stefano e Marco, cellule impazzite del Riviera Triathlon che ancora ci godono a fare uno sprint lontano e non hanno ambizioni ironmaniache o federali; ci sono Beltrami e quelli del Maremola, al gran completo, forse la squadra più numerosa, quando fanno una foto di gruppo sembra l'Octoberfest. Noi del ponente siamo in formazione ridotta ma ci siamo, con due dei nostri migliori cinghiali: l'alfiere Borfiga e il gladiatore Scandi.
Se lo scenario è bellissimo, (la gente disponibile e per nulla disturbata dalla gara, ci sono tantissimi bambini che tifano tutti), la gara è però mediocre, questo ci dispiace dirlo, perchè la giornata e il luogo avrebbero meritato di più. In una mattinata di fine settembre in cui la tramontana ha pulito il cielo e schiacciato il mare come una piscina, a chiunque verrebbe la voglia di partecipare ad un triathlon. Però l'organizzazione decide di rendere la vita veramente difficile a tutti, chiudendo la zona cambio alle 10 e il ritiro di pacchi gara alle 9 e costringendo gli iscritti a levatacce o ospitate clandestine. In qualsiasi altro luogo ciò si sarebbe spiegato con i soliti problemi dovuti al traffico. Ma Lerici è conosciuta per la totale chiusura alle auto del suo centro storico, come dimostra il grande parcheggio in cui bisogna lasciare l'auto (con tanto di schedatura di targa per evitare furbate). E se il sindaco è così disponibile alle manifestazioni sportive come ha dichiarato poi nel suo infinito discorso durante le premiazioni, allora un'altra soluzione più comoda si poteva trovare. Ma questi sono problemi che si possono superare, la gara è la gara, pronti ai posti e via e dimentichi levatacce, parcheggi e divieti. Lì, invece, a complicare le cose ci si mettono i giudici italiani: a fronte di 270 partenti, riescono a organizzare addirittura 3 batterie. Sembra che piaccia in federazione dividere gli atleti in donne, uomini, master, come se non facessero tutti lo stesso sforzo. Se potessero probabilmente farebbero anche statali e precari, scapoli e ammogliati, come alle partite del dopolavoro ferroviario.
"Colpa del drafting - mi dice un francese di Mougins - voi italiani continuate ad ammetterlo e quindi dividete gli atleti in batterie. Noi facciamo partire tutti insieme e ci fidiamo dell'onestà dei
partecipanti."
Devo ammettere che un po' ha ragione. Il risultato di oggi è una gara sfalsata, in cui il pubblico non capisce nulla e addirittura gli stessi dello staff non sanno distinguere quando uno ha finito il primo o il secondo giro della frazione in bici, per cui molti, tra cui il nostro Borfiga :-(, li fanno entrare e poi uscire e poi rientrare nella zona cambio, facendogli perdere secondi e posizioni.
Ma veniamo ai nostri.
Borfiga: pazienza, tutta esperienza.
Dimostra di essere in ottima forma. Uscito bene da un nuoto forse lunghetto e nuotato alla morte dai primi, fa un gran recupero in bici giungendo nelle prime 10 posizioni finchè un'indicazione sbagliata al rientro in zona cambio non gli fa perdere i polpacci dei compagni di pedalata e lo fa concludere al 11 posto dopo una faticosissima rimonta. Impara molte parolacce e complimenti in toscano.

Scandi: soffro ergo sum.
Il nostro Emiliano si presenta ugualmente alla gara nonostante una ferita piuttosto evidente alla gamba procurata dall'incontro amichevole con una roccia del Grammondo durante un allenamento in Mountain Bike per preparare un triathlon in MTB. Ora: io penso che con un po' di Grammondo nel sangue si può andare ovunque. Emiliano lo sa, e poi non è uno da lasciarsi abbattere tanto facilmente. Prende un po' di domopac e fascia la crosta. Indossa la muta e la ferita sparisce, adesso è un pinguino come tutti gli altri, solo più coraggioso. Parte in terza batteria, esce dall'acqua e pedala, ma non riesce a correre perchè in acqua ha preso una botta da un avversario che gli ha procurato un gran mal di testa. Posa la bici e pensa già a correre a casa dal suo bimbo che lo aspetta. La vera discliplina.
Beh, soddisfatti lo stesso. Ci rifaremo domenica prossima a Hyeres, pensiamo, è un mese che nella stazione API si calcolano tempi, si progettano i cambi, il Ponente si prepara a questa gara a squadre, l'unica compagine italiana iscritta al campionato nazionale francese, proprio lo stesso
giorno del campionato italiano. Qualcosa vorrà dire. Ma un sms annuncia che Hyeres l'hanno annullato.
Problemi di traffico. Tutto il mondo è paese.


Paolo e Emiliano prima della partenza
Paolo Borfiga guida il suo gruppo in bici
Un bel primo piano di Emiliano Scandi

martedì 16 settembre 2008

PONENTE SOUND

Ci sono molti modi per parlare di sport. E ci sono giornate in cui è veramente difficile farlo. Ma non perchè non si posseggano gli argomenti, quelli bene o male si trovano sempre. A volte è come se la fantasia prendesse il potere su tutte le cose e decidesse di governare in modo che le persone si sentano bene. Con se stesse e con gli altri. Nel triathlon può succedere.


Cap d'Ail, Domenica 14 Settembre. In Italia da alcuni gior
ni sono in corso violenti fenomeni temporaleschi quasi ovunque da Nord a Sud, e le previsioni dicono che continueranno. Da ieri il cielo è coperto e siamo praticamente circondati da nubi nere e minacciose, che non vedono l'ora di scaricare la loro energia al suolo. Il pensiero torna ad una domenica di tre mesi fa, quando sotto l'acqua partiamo per il triathlon di Beaulieau, che non si disputa, e ci ritroviamo in Gouta, ma questa è un'altra storia. Cmq il tempo sembra tenere e l'alba ci sorprende ad osservare dall'alto le luci del Principato, tra grattacieli luminosi, tesori belle epoque e i lavori di un'implacabile trasformazione verso la modernità.

La partenza della gara, per motivi di traffico, è molto presto e quindi la sveglia è stata piuttosto anticipata, ma siamo qua vicini, non vogliamo mancare e ci presentiamo in nove. Si intuisce un bel clima, scherziamo con i cugini del Monaco e del Riviera, si sta bene, sta spuntando addirittura il sole, siamo tutti abbastanza rilassati, l'atmosfera somiglia un po' (il periodo è quello giusto) dopo la pausa estiva. E' stato così anche per noi, molti sono andati in vacanza, alcuni hanno gareggiato in luoghi e distanze diversi, altri come Paolo e Greta, hanno dovuto rinunciare per un po' alla multidisciplina a causa di problemi fisici e vivono l'attesa con la speranza che tutto possa tornare come prima: insomma c'è voglia di ritrovarsi e raccontarsi. Ma il tempo vola, la gara incombe e nei pochi minuti che ci separano dal via bisogna trovare la concentrazione. Qui soprattutto è molto importante perchè questo è uno dei triathlon più corti e partire bene è fondamentale.

Uno sguardo al mare, arriva il sindaco: SI PARTE!

Il nuoto è talmente corto e rapido che sembra incomprensibile, lo capisci all'uscita dall'acqua, quando il cuore non vuol saperne di scendere. Con la bici si sale verso la Moyenne Corniche, passando per il minuscolo borgo di St. Laurent d'Eze, ma la fatica è tale che nessuno se ne accorge. Tutti danno tutto, diventa una piccola crono scalata, e poi giù in picchiata diretti alla spiaggia, a spremere quel poco di succo rimasto per la corsa a piedi. Il percorso è stupendo, quasi tutto sull'antico sentiero costiero, che collega le rocce di Cap d'Ail alle scogliere di Cap Estel e alla marina di Eze. Questo è uno dei tratti meglio conservati, ogni volta mi riprometto di venirci più spesso, ma forse è meglio così, lasciare a questi fugaci passaggi istantanee dai colori mediterranei. Alla fine del tratto litoraneo comincia a vedersi l'imponente punta della diga di Fontevielle, da lì in poi è più semplice, perchè quando la lucidità scoraggia, i punti di riferimento sono molto importanti, e questo ci segnala, meglio di qualsiasi chilometraggio, che è quasi finita.All'arrivo vedo volti felici, siamo contenti, abbiamo terminato l'opera e la sensazione è quella che ognuno di noi sia riuscito a dare il massimo e abbia potuto farlo nel miglior modo possibile.

Un grande Paolo è sesto, confermando la posizione di due stagioni fa, Andrea ottimo settimo di nuovo in forma, Io nono e Valmer (per lui ho finito gli aggettivi) decimo. E' il suo circuito preferito, nell'intensità di questo sali e scendi trova una condizione ideale, e diventa un osso duro per chiunque. Memorabile la prestazione del 2003, quando ci mise tutti dietro, dopo una fuga bellissima. A seguire un Matteo in evidente crescita, Stefano e Ivan due belle conferme, e un ritrovato Emiliano. Arriva anche Greta e il quadro è completo.

Una doccia (per me il solito bagno post-tri) e via a cambiarsi, ci sono le premiazioni. Questa volta possiamo godercele, sono soltanto le undici e per pranzo saremo a casa. Una luce marina e prepotente torna a impadronirsi di questi luoghi.Tra gli applausi dei presenti Valmer vince la categoria e si aggiudica un altro meritato trofeo. Paolo, Andrea ed Io portiamo a casa un insperato successo di squadra, che ci gratifica molto: tutto sommato tranne i due colossi del Var, St. Raphael e Tolone, le altre squadre c'erano tutte. I francesi ci festeggiano e raccogliere il loro apprezzamento ci emoziona. E' una grande gioia per la nostra piccola società.La festa continua. Ci spostiamo al tavolo degli aperitivi. Vedo un numero 51, e non è quello del nizzardo che mi ha superato in salita, ma quello impresso sull'etichetta della bottiglia di Pastis.

Brindiamo, l'ora più veloce dell'anno è finita.

Claudio

Per Vedere le altre foto di domenica: http://picasaweb.google.it/paolo.borfiga/CapDAil#















mercoledì 23 luglio 2008

La città è salva

Della Straventimiglia si danno molte definizioni. Chi la chiama "passeggiata in amicizia", chi "camminata alla scoperta dei carruggi", chi "corsa non competitiva aperta a tutti".
La realtà è ben diversa: la Straventimiglia è un po' la New York City Marathon de nuiautri, per cui altro che camminata, altro che passeggiata, c'è da soffrire eccome, dall'inizio alla fine.

Non so se gli organizzatori si rendono conto di cosa vuol dire seminare voce (e tanto di manifestini) che si terrà una gara di corsa, per di più serale, proprio in una città come Ventimiglia.

Nei bar della città di confine, per tutta la settimana infuria la pretattica. Si parla della gara, si lanciano sfide, si guarderà torvi ai polpacci altrui, si esibiranno i propri, si rilascieranno dichiarazioni sul proprio stato di forma impossibili da dimostrare. Qualcuno, dovutamente rispettato da un uditorio che pratica assiduamente la disciplina della poltrona, si sente già investito dell'alloro intemelio e ipotizza gli altri gradini del podio.
Meglio così se la gara occupa i discorsi di tutti: almeno si dimenticano altri argomenti che da noi in Ponente fanno un po' più male.

Per un cinghiale la Straventimiglia è quasi obbligatoria. Dico quasi perchè ci si mettono di mezzo le solite mogli o gli impegni improvvisi, perchè, altrimenti, nessun atleta degno di questa effigie potrebbe esimersi dal partecipare, visto che è davvero una gara da cinghiali. C'è da difendere l'onore: guai se l'ambito trofeo finisse in mano a uno sconosciuto francese o un foresto: sarebbe come se il palio di Siena lo vincesse la Fiorentina.
Però, quest'anno, Borfiga e Caffara, le nostre due teste di serie, sono entrambe acciaccate e non possono partecipare. Restiamo io e Mingherlino a difendere la città.

Venerdì 18 luglio, dopo i discorsi di circostanza, il sindaco e l'assessore danno il via. Una marea di gente si riversa sul lungomare. Al primo KM il momento della verità: comincia la salita alla città vecchia. La selezione avviene per le rampe durissime tra i carugi, ma anche per le freccette che indicano la direzione da seguire: si vedono all'ultimo momento e più volte le oltrepasso senza rendermene conto (devo ringraziare il buon Remo di non averne approfittato: più volte mi ha indicato la strada, sembravamo Dante e Virgilio). A dir la verità gli organizzatori avevano preparatpo delle comode strisce di carta con su scritti i nomi delle vie uno dietro l'altro, roba che nemmeno al Monopoli, era impossibile seguirle, a rischio di finire in prigione e senza passare dal via.
Per fortuna poi arriva la discesa e i carugi si aprono sulla foce del Roya. Io e Remo proseguiamo come battistrada ma dietro sento arrivare Claudio che quella strada la sa a memoria: lì comincia davvero la gara.
Due alpini assonnati mi indicano la direzione sbagliata. Sarebbe troppo bello, sarebbe stato un taglio di almeno 700 metri sui 7km finali. Invece devo andare ancora agli scoglietti al giro di boa.
Cerco di aumentare un po' l'andatura ma alle gambe ho due tenaglie che stringono (le mura e carrugi si fanno sentire) e vedo che gli altri non sono così lontani.

Quando passo sul ponte incontro un gruppo di concorrenti che sono caduti nella trappola degli alpini; glielo dico, ma loro hanno ancora ragione e vogliono proseguire. Ognuno ha la sua sfida personale e corre sul suo personale tapis roulant.
Passo davanti al traguardo, le urla di Simonetta, Romina e Evelina mi spingono un po', ma non è ancora finita. Paolo e Andrea sono davanti in scooter e mi dicono che mancano "solo" 3 km...
Ce la metto tutta. Al giro di boa vedo una vera bagarre: c'è Claudio che sta facendo una gran rimonta, ha superato Remo ed è solo al secondo posto. Poi c'è Fabrizio pure lui in gran spinta a due passi, lo raggiungerà a breve. Mi raggiunge un ragazzo, corre piuttosto forte, mi chiedo da dove sia uscito, provo a staccarlo ma tiene e allora decido di rifiatare e tenere le energie per l'ultimo Km. Ma non c'è da mollare gli altri si avvicinano. Davanti Paolo e Andrea si sgolano a incitarmi, "Alza quelle gambe", "Non mollare", ma io e il mio avversario siamo sull'orlo di una crisi di nervi: ci studiamo, non sappiamo chi sia il più forte e le energie se ne vanno che è un piacere. Con la coda dell'occhio vedo una casacca blu dietro di noi: è Claudio che sta facendo un garone, però non posso aspettarlo, rischio di perdere le caviglie del mio collega.

Gli ultimi due km sono una serie di curve e controcurve che spezzano il ritmo e le gambe. In più le vie sono abitate e, giustamente, essendo estate, la gente passeggia, i bambini corrono, strillano, mangiano gelati che potrebbero finirti addosso in un momento.
Mi decido per un allungo, mancano 500 metri, è la mia distanza sprint: raccolgo tutte le energie che ho risparmiato e allungo la falcata. Il mio collega rimane indietro, poi non sento più i suoi passi, sono nel rettilineo finale, evito due signori che stanno stranquillamente a parlare sull'arrivo e sono al traguardo. Poi vengo a sapere che Gas il mio collega degli ultimi 3 km aveva pure lui sbagliato strada e quindi è Claudio il secondo. Un grande Fabrizio chiude al terzo posto.

Siamo stanchi, le gambe sono un macigno, ma felici. I cinchiali hanno conquistato il podio della Straventimiglia. Per un altro giorno almeno si parlerà della corsa. La città è salva.

mercoledì 2 luglio 2008

A Manosque, sotto il sole giaguaro


Mai, mai, scorderò l'attimo, la terra che tremò.
L'aria si incendiò e poi... silenzio.
Così cominciava la sigla di Ken il Guerriero, cartone post-moderno di cui tutti o quasi ci ricorderemo. Ma queste parole possono andar bene anche per descrivere il Triathlon des Vannades 2008.

E' stata una giornata che difficilmente noi del Ponente dimenticheremo. E non solo per la grande prestazione di Andrea (25° assoluto con 2.42.27) e quella di Paolo (32° con 2.45.12, arrivato a braccetto con Stefano 31° a 2.45.10). Questa edizione del Triathlon di Manosque sarà per sempre impressa nella nostra memoria per la temperatura con cui è stata disputata: alla partenza il termometro segnava i 35° C.
Non so se i regolamenti della Fitri, così dettagliati su drafting e doping, si prodighino altrettanto sui limiti della temperatura a cui disputare un triathlon. Nel caso, quelli nella FFTRI sono di certo molto più elevati. Del resto, si sa, i francesi hanno la legione straniera e alle frittate di questo tipo ci sono abituati.
Manosque è una ridente cittadina in mezzo alla Provenza, tra la Durance e il Luberon. Per arrivarci si punta Aix'n P. e poi si vira verso nord per aggirare il Monte St. Victoire caro a Cezanne. Nessuno a Manosque immagina che una allegra combriccola di cinghiali itaiani si sta dirigendo lì, proprio nel bel mezzo di una tipica canicola provenzale, per partecipare ad un triathlon. A dir la verità, la maggior parte di noi nemmeno se l'immaginava dov'era Manosque. Qualcuno però, in quella sfortunata giornata di Beaulieu, s'era ritrovato sul cofano un volantino del Triathlon des Vannades tutto inzuppato, ma ancora leggibile. Il verbo s'era così immediatamente diffuso. Fabrizio poi c'era stato l'anno prima, la gara gli era piaciuta, i ristorantini pure, quindi al limite, non si rischiava nulla ad andare.E, allora, uno per tutti e tutti per uno, s'era pensato a rifarsi della delusione: andiamo a Manosque!
Tre auto cariche di bici, donne e cinghiali attraversano il Var, superano il massiccio dell'Esterel. Fuori il foraggio scotta al sole e il riverbero crea miraggi sull'asfalto. Lo scenario comincia a delinearsi: non si vede una nuvola, ci sono solo campi, vigne, canali.Dopo tre orette di macchina con il climatizzatore a tutta, uscire e passeggiare nella zona cambio è come visitare un pianeta ostile: la gara parte da un lago artificiale nel bel mezzo di una conca, una specie di depressione caspica. C'è ancora chi spera di nuotare con la muta, poi arriva la conferma: acqua a 27°, muta non consentita.
Famiglie intere banchettano sulla riva o sguazzano nell'acqua.Noi montiamo le bici con una lentezza da bradipi. Ogni gesto costa sudore. I francesi invece non si smentiscono mai. Attorno a noi s'aggirano macchine da cronometro e da guerra, con ruote affilate come affettatrici e prolunghe, rostri, speroni per tagliare l'aria calda come il burro. I 300 di Manosque sono tutti in fila davanti ai giudici alle 14 esatte. Il briefing è stato un vero siparietto: l'organizzatore, un tipo bizzarro con panama e camicia pseudo-hawaiana dà consigli preziosissimi: "ragazzi, in discesa chiudete la bocca se non volete ingoiare un'ape...".

Finalmente si parte: il nuoto è l'unica parte della gara che uno riesce a godersi, appena fuori comincia un bollito misto di 53 km. C'è un po' di tutto: pianura, falsopiano, mangia e bevi, una salita pedalabile e una salita più dura che porta in una specie di terra di mezzo, dove non si è nè in pianura nè in montagna. Penso: se fossi qui per i fatti miei butterei la bici in un campo di grano e mi metterei sotto un leccio a leggere un libro di Giono. Il silenzio è quasi assoluto. L'unico rumore è quello della bici e dei pedali, il tuo involontario girarrosto. Ogni tanto c'è una casa disabitata, in mezzo al grano. Le finestre sono sbarrate dai tempi del colera.

E' qui che viene fuori la gara. Il mondo è un altopiano. Mentre sono solo in mezzo ad un campo assolato nel nulla, con l'idea di mollare ad ogni curva e cercare disperato una fontana, penso ai miei amici. Ci siamo tutti: frontalieri senza confini, leoni berberi, achilli fragili, tutori inquieti dell'ordine di se stessi, draghi, Eta-beta, volpi di Gouta. Ci siamo tutti, insieme, qui a soffrire e a scolpirci nel sudore. Di colpo la fune che mi trattiene si strappa, la fatica si allontana, il traguardo si avvicina. Teste colorate spuntano dalle spighe. Non sono gru, sono i caschetti dei colleghi che mi precedono.

Cambio, metto le scarpe per correre senza pensarci, si corre sui bordi del lago in mezzo ai bagnanti e ai loro schizzi. Sono tutti educatissimi e incitano dal primo all'ultimo concorrente. Per fortuna l'organizzazione ha ingaggiato ragazzini con tanto di fucili ad acqua che ti fucilano a dovere appena gli passi vicino.
Le nostre donne urlano, menomale ci sono loro: Evelina, Morena, Romina e Simonetta. Se fare il triathleta non è facile, essere la donna di un triathleta è quasi impossibile: ore e ore ad aspettare un tipo tutto sudato che poi dovrai abbracciare e baciare a dovere, esultando per un 139° posto come per un trofeo. Altrimenti musi.
Il mondo del triathlon in Francia è una macchina perfetta. La gara si conclude, il circo ricomincerà da qualche altra parte. Noi invece ce lo portiamo dentro, il nostro sole giaguaro.

martedì 17 giugno 2008

La Panoramica. Ovvero le corse podistiche dell'entroterra genovese


Penso che un vero cinghiale, almeno una volta nella vita, debba provare a correre una delle gare podistiche dell'entroterra genovese.
Lo spirito sostanzialmente pigro e apatico dei genovesi, costretti in una città-labirinto che riserva loro sorprese ad ogni vicoletto, con un clima spesso inclemente che se un giorno c'è il sole l'altro piove, dove ogni attività della quotidiana esistenza costa fatica e impegno, non cambia faccia quando dirigono il muso verso l'entroterra. E' lì, tra le verdi colline e le montagne a due passi dalla marina e dal refrescumme, che il genovese va a rifugiarsi per espiare il suo peccato originale: quello di appartenere ad una terra a cui bisogna strappare ogni cosa con travaglio e fatica, come per una pena del destino. Pessimismo e fastidio.

E quale miglior modo di espiare la colpa che una bella garetta podistica sui monti? In qualsiasi altro luogo, una società che organizzasse una gara con un percorso del 70% in salita, su sterrati e mulattiere nei boschi, tra picchi rocciosi e stradine da camporella, su canali, acquedotti, muretti a secco, fasce, vigne e quant'altro si possa trovare oltre la frontiera dell'Aurelia, forse andrebbe in bancarotta.
A Genova no: queste gare sono frequentatissime e si fatica a trovare un pettorale sotto il 150. La Panoramica, gara di "circa" 12 km, organizzata per il 15 giungo dalla Podistica Valpolcevera che dall'alveo del Polcevera sconfina in quello del Bisagno per poi tornare verso Genova Rivarolo, è un esempio perfetto.

Decido di partecipare perchè il meteo annuncia una domenica uggiosa e in bici è meglio non andare. Dopo il lavaggio completo di domenica scorsa a Gouta, non ho nessuna intenzione di ripetere l'esperienza. Così, pazienza, farò una garetta, un allenamento, tanto per non star fermi e divertirsi un po'.
La gara l'ho trovata su Internet, su http://www.genovadicorsa.it/, portale aggiornatissimo con tutto ciò che serve al podista-espiante genovese.
Appena uscito, però, mi rendo conto che non sarà una passeggiata. La mia casa ha i balconi a levante e verso Camogli era sereno; i nuvoloni neri invece stavano dall'altra parte, a ponente. Anzi, c'è pure qualche tromba marina che danza al largo, un bel frullato d'acciughe e posidonia. Non mi scoraggio, parto per la Madonna del Garbo, nell'entroterra di Genova Rivarolo, il santuario dove dovrebbe esserci la partenza della gara. A Sampierdarena inizia a piovere. Bah, vado lo stesso, mi dico, se non ci fanno correre farò un giro per lumache. Invece arrivo lassù e trovo un via vai di gente già in canottierina e scarpette e numero che corre avanti e indietro allietata da un tormentoso concerto di campane, roba che i timpani, almeno, non vedono l'ora di partire.
Un signore con un ombrello e un altoparlante fa una specie di radiocronaca in genovese (tutta personale, perchè il volume è basso e non si sente niente), mamme e bimbi stanno sotto una tettoia assonnati ad aspettare, il parroco stesso mi indica il tendone dove ritirare il pettorale.
Ma partiamo lo stesso?, chiedo, Perchè? Mi fa un signore con tanto di pettorina gialla "staff", non ha letto il volantino? "La gara si disputerà con qualsiasi condizione atmosferica". Ah. E il percorso? Com'è?, Ah, segui i primi e vedrai che non ti perdi, mi risponde un altro. Ma c'è molta salita? Uhm, mah, si sale ai piani di Fregoso, poi al Peralto toccando, poi al Begato e al Puin e si torna indietro.
Per me è come se parlasse dello Zimbabwe, però deduco che ci sarà da soffrire. E io che volevo fare un tranquillo allenamento.
Sulla linea di via, alle 9 esatte ci sono più di 150 persone. Il radiocronista annuncia che la partenza è ritardata perchè c'è ancora gente che "sta effettuado le operazioni di punzonatura e iscrizione". C'è dunque una falsa partenza perchè dietro non capiscono e partono in quarta.
Poi, tre due uno via. Non è una partenza-razzo come ci si potrebbe aspettare. Sembra quasi che non ne abbiano voglia, che qualcuno li costringa a correre. L'esatto contrario di quello a cui sono abituato. Io corro da triathleta: per me la corsa è la frazione in cui spremere tutto, dal primo al 10° km senza mollare. Arzillo mi metto dietro ai primi due: un nordafricano e un altro piccolo e secco, che pure lui non dev'essere uno svedese, sembrano stupiti di vedere qualcuno con loro.
Dopo il primo km comincio a capire: arrivano una serie di rampe in ciappe e sassi, per di più bagnate. Quelli se ne vanno come caprette, io resto lì a chiedermi perchè ho deciso di venire.
La strada è nel bosco e le gocce della pioggia arrivano a secchiate ogni volta che il vento muove un castagno. Sulle pietre si scivola, dove non c'è un sasso c'è una pozzanghera e fango. Il fiato si
accorcia, il cuore sale come un tamburello, le gambe a breve diventano delle soppressate. Mi raggiungono altri, il sentiero è stretto e mi sposto per farli passare. Loro ringraziano e vanno. I km passano con una lentezza incredibile, tra il 3° e il 4° pare ce ne siano altri due. Alla fine però mi rassetto un pochino e tengo il ritmo di due ragazzi davanti a me. Arriviamo infine su un crinale, lì oltre alla pioggia c'è il vento.
C'è una vista incredibile: giù la città è avvolta dalle nuvole, ma spuntano le torri dello stadio di Marassi e si vede anche la Fiera, Corso Italia. Quale miglior luogo per costruire un forte per
difendere la città: il Puin è mastodontico, con i suoi contrafforti a ferro da stiro, e non è nemmeno uno dei più grandi.
A presidiarlo c'è un signore con un ombrello. Dice: "Stae atenti figieu che u se scheugia!"
E' lì che tiro il fiato, ora comincia la discesa. Ma guai a buttarsi giù come un falco, l'erba è umida e se scivoli finisci diretto al cimitero di Staglieno che è proprio lì sotto (e non per una visita di cortesia). Passiamo anche davanti al forte Begato, poi a Righi: lì di solito le coppiette ci vanno a sbaciucchiarsi, noi ci arriviamo infangati come pulcini.
C'è ancora spazio per un'altra discesa scavezzacollo, seguita da una rampa atroce, un Mortirolo che in cima l'anima ti scappa in cielo. La riprendi nell'ultima e definitiva discesa fino all'arrivo, 3 km, una specie di Vietnam di bosco, fango e pietre scivolose.
Solo allora mi accorgo che il "circa" davanti ai 12 Km sul volantino qui lo calcolano in eccesso.
Grazie alla Madonna del Garbo non cado e recupero addirittura qualche posizione. Alla fine faccio 13° e mi danno pure un premio di categoria: una bottiglia di vino. Alla salute cinghiali!
giarevel

lunedì 9 giugno 2008

Da Beaulieu a Gouta: cronaca di una salita annunciata

Questo post doveva essere il resoconto di una gara e invece parla di un'avventura e di come il destino di un triathleta sia, in un certo modo, già scritto.
Doveva esserci un triathlon domenica 9 giugno a Beaulieu sur Mer, una ridente località che, per il clima e l'esposizione viene soprannominata "Petit afrique".La gara è di quelle da non perdere: un olimpico senza tante musse, con uno spettacolare nuoto in baia e, appena fuori dall'acqua non c'è nemmeno il tempo di respirare che ti fanno imparare bene la salita per la Moyenne Corniche, su fino a Eze, per ben due volte, con una discesina da far fumare i cerchi per poi farsi una corsetta sulla stessa salita e arrivare finalmente sul lungomare, dove, nel mentre, ridenti signorine francesi se ne sono state spaparanzate sulla spiaggia e si chiedono che sia tutto quel "sciaratu" di gente che corre.
Per noi cinghiali Beaulieu è un appuntamento fisso. E poi sennò, che si faceva? Un bel gelato in centro? Niente da fare. Proprio quel giorno a Ventimiglia la città sarebbe stata bloccata per il disinnesco di un ordigno bellico rinvenuto in settimana: vigili, polizia, protezione civile e artificieri da tutte le parti, roba che nemmeno in Afganistan. Avrebbero prelevato la bomba e l'avrebbero fatta brillare in una cava lontano dalle abitazioni, con tanto di telecamere a documentare. Un bell'esercizio di stile per mostrare che i soldi dei contribuenti finiscono spesi bene.
Un pomeriggio al mare? Alla spiaggia? Nemmeno, c'è il ripascimento, i lavori sono in ritardo, pochi gli ombrelloni e gli asciugamani, ci sono invece ruspe e camion, ma non giocattolo, quelli veri: stendono una sabbia viscida e pastosa che arriva dalle cave, al cui contatto l'acqua frigge come l'idrolitina.
Andiamo a Beaulieu che è meglio. Ci alziamo così alle 5.
La prima idea è "chi cavolo me lo fa fare". La seconda è "Però, belin, Beaulieu... troppo bello!".
Qualche goccia di pioggia non scoraggia nessuno. C'è il presidente Valmer che mugugna, ma ormai è un rito, se non lo facesse mi preoccuparei. Meteo France non è d'aiuto, su Beaulieu davano tutto: sole, nuvole bianche, nuvole grigie, nuvole nere e "orages isoleè".
Partiamo. Subito le nuvole a ponente aumentano e a Montecarlo incomincia a piovere. A Beaulieu viene giù che Dio la manda con annessi fulmini. Più che nella "petite Afrique" sembra di essere al "Petite Artique": pioggia, vento e temperature che si potevano definire polari se confrontate con la media di giugno.
Nonostante questo ci sono parecchi triathleti. Qualcuno (francese) arriva addirittura in bici, tanto
bisogna bagnarsi, meglio cominciare subito. La partenza è spostata alle 9.30. Arriva pure l'ammiraglia dei Maremolati di Pietra Ligure, chissà a che ora si sono alzati, ma menomale che ci sono, fanno una gran compagnia.
Stiamo tutti sotto le tende a cincischiare e parlottare: chi vorrebbe partire ad ogni costo (Claudio sarebbe partito pure con l'uragano Katrina), chi pensa alla discesa bagnata, chi fa già i conti su quante posizioni guadagnerà in salita (Borfiga), chi si fuma una sigaretta (Beltrami), chi vuole convincerti a restartene buono e asciutto se faranno l'acquathlon (Andrea), chi ne approfitta per allestire un piccolo suq di camere d'aria, squizzy, body, costumi e pezzi di bicicletta (Stefano).
I tre bar del porticciolo di Beaulieu si affollano subito di gente, per un caffè bisogna aspettare mezzora. La TV passa il video di No surprises, dei Radiohead. C'è la testa di Yorke dentro una boccia di vetro con l'acqua che pian piano sale e lo copre del tutto.
Alla fine decidono per l'acquathlon, (per loro è pure campionato regionale). La maggior parte, se ne torna a casa per la felicità di mogli, fidanzate e mamme.

Al vero cinghiale però, resta qualcosa dentro. Non si può mollare, non è possibile sprecare una giornata così, dopo tutta la settimana passata a sognare di doppiare le prime boe in mare e i tornanti della Turbie. Claudio è il primo: "Ah, io me ne salgo in val Roia". Andrea gli va dietro: "No, meglio Ciaixe o Isolabona". Paolo la butta lì: "Andiamo a Gouta".
"Gouta? Sei matto?". E' peggio di una bestemmia: "Gouta" è un nome che dalle nostre parti va pronunciato con il rispetto più estremo. Suscita, brividi, timori, paure ancestrali. Così si chiama la salita più dura e lunga della provincia di Imperia: 14 km con media all'8%, la prima parte si cuoce tra gli ulivi, l'ultima si trema di freddo tra i castagni, l'asfalto è così ruvido che sembra di pedalare sulla carta moschicida. Tra gli alberi fitti appaiono e scompaiono figure strane. Qualche anno fa una coppietta fu spaventata da un gigantesco mostro peloso, lo chiamarono l'"abominevole uomo di Gouta", invece era solo un eremita locale. Gouta si fa una volta all'anno, come un pellegrinaggio.

E Gouta sia. Pure io mi convinco, tanto oggi dovevo soffrire, e anche per la sofferenza ci vuole qualità. Passiamo da casa, ci cambiamo in fretta, alla parola "Gouta" le nostre donne non oppongono nessuna resistenza, come vinte da qualcosa più forte di loro. Partiamo, più ci avviciniamo più sulla montagna incantata si addensano nubi minacciose. Dopo isolabona il
sole è un ricordo e quando al bivio mancano 500 metri comincia a piovviginare. Noi, consapevoli, andiamo incontro al nostro destino.
Claudio si mette davanti, vuole spianarla quella salita, cascasse il mondo lui vuole arrivare in cima. Ci vuole più fiato del solito, non per la carenza d'ossigeno: mai provato a salire a Gouta con Andrea Caffara che imita Cassani e Bulbarelli? E' uno spasso. Quando scatta Borfiga però non ride più nessuno. Dopo due tornanti quello sparisce e pensiamo addirittura che si sia infrattato per farci uno scherzo. Invece arriva in cima come un missile seguito da Andrea, da me e Claudio. Siamo rimasti stati sotto l'ora, pochi ventimigliesi ci riescono, è un gran tempo! Non abbiamo il tempo di rallegrarci che incomincia a piovere. Vogliamo però immortalare questo momento storico. Arriva un tipo, gli chiediamo di fotografarci e lui gentilmente accetta.
Restiamo un po' lì sotto la tettoia, a parlare, ci chiede di dove siamo, da dove veniamo. Lui è un bergamasco, dice di chiamarsi XYZ (ometto il nome perchè magari frequenta i blog di triathlon e potrebbe farci causa) da anni vive e lavora in Liguria.
Parliamo dei monti, del bosco, del Toraggio e del Pietravecchia. Lui è lì perchè sta lavorando a una lapide che hanno appena messo lassù per commemorare un alpinista scomparso. Fin qui tutto bene. Il fiuto di Claudio però, non tradisce mai: "Ma lei è "XYZ", lo stesso XYZ delle cave?" gli chiede "Sì, esatto risponde. Pensate un po', oggi la bomba la fanno brillare da me."
Lo scenario cambia, la pioggia aumenta. Ora è lui che comincia a far domande, sembra abbia guadagnato quanto basta di confidenza o di presunta superiorità per giudicare che mestiere facciamo. Noi siamo in trappola, non possiamo muoverci.
Per Claudio e Paolo nessun problema, ma quando Andrea gli dice che lavora in comune a Ventimiglia, "Ah - fa quello - uno statale! Noi ce l'abbiamo con gli statali... adesso è arrivato il ministro giusto e vedrai che li sistema tutti sti fannulloni..."
Cadiamo dalle nuvole: siamo a 1400 metri, in cima a Gouta, piove a dirotto e questo ci viene a tirar fuori la politica.
Io sto zitto, non vorrei rincarare la dose, ma quello insiste e mi punta, "e lei, che lavoro fa?". Gli
dico allora che lavoro per Regione: apriti cielo, sembra che debbano piovere calci nel sedere.
Avrei un discorsetto pronto, "Tu che butti gli scarti delle tue cave sulle nostre spiagge, vieni a dire a noi che dovremmo fare meglio il mio mestiere?"
Per fortuna interviene Claudio, spiove un pochino e decidiamo di tornare giù. Ma è solo un momento, appena imboccata la discesa ricomincia a piovere.
E' il battesimo di Gouta, la montagna incantata, 14 km di discesa fatta a 15 all'ora perchè i freni, bagnati, non funzionano più.
Una volta giù si parla della prossima avventura: Mandelieu, Manosque, Cap D'Ail, Castellar.
Va bene, tutto quel che volete - rispondo - dopo Gouta che cosa resta?
Giarevel

mercoledì 14 maggio 2008

Per chi fosse ancora indeciso se venire a Tolone...



Ammirate il gesto atletico. Uno scatto da puro scalatore. Osservate come punta sui pedali per lasciare indietro le avversarie. Uno stile inconfondibile. Impossibile resistere.

Non si sa se questo essere esista davvero. Qualche fortunato dice di averla incontrata. La foto è stata scattata in cima al Mont Faron, dopo una salita di 5 km al 10%. Non è quindi attendibile.

Gli organizzatori l'hanno comunque messa sul sito per attirare gli ultimi indecisi.

Se qualcuno domenica dovesse incontrarla, si ricordi che la scia in Francia è vietata.

martedì 8 aprile 2008

Il taciturno benzinaio di Vallecrosia

Questo post è dedicato ad una figura particolare, quella di Valmer Turchi, il nostro presidente.


C'è una stazione di servizio dell'Anonima Petroli, a Vallecrosia, sull'Aurelia. A servire c'è un tipo magro, secco e taciturno. Uno di poche parole. Se c'è da fare il pieno ai francesi che vengono a riempirsi il serbatoio in Italia per risparmiare lui glielo fa. Se c'è da togliere ad una ad una le mosche spiaccicate sul parabrezza di un SUV, lui, perbacco, le toglie. Ogni tanto gli portano qualche Mercedes da tirare a lucido e lui si mette lì, secchio, spugna e pazienza e la fa brillare.


Ma quando si parla di triathlon ecco allora che il taciturno benzinaio di Vallecrosia si toglie la divisa gialloverde dell'API e indossa quella bianco-blu del Ponente: si trasforma in Valmer, il nostro presidente.

Dal ciclismo al ciclo-cross, al podismo al triathlon, Valmer Turchi ha una passione smodata per l'agonismo e dedica ogni momento lasciato libero dall'API e dalla moglie ad allenarsi. Se passate di lì e vedete la stazione chiusa, ecco, allora Valmer si sta allenando. Se c'è il self-service di certo è perchè lui è da qualche parte a gareggiare o a fare un lungo in bici.


Ma Valmer è anche uno che sa unire. Non si crea un gruppo come il Ponente Triathlon senza saperci fare. Parla poco ma è efficace: l'agonismo che ti insegna è quello giusto, la fatica che depura, l'essere lì tutti assieme che conta più del risultato. Ti chiama e ti invita a fare una gara. E la devi fare. Non provare a dire di no, nemmeno se è la marathon des sables.


Il telefono della stazione API di Vallecrosia è bollente. Alle pompe trovate spesso appoggiate delle biciclette. Sono quelle dei compagni e degli amici che passano di lì e si fermano a far due parole, a parlare della gara appena passata e di quella prossima. Se non sei tanto in forma, Valmer sa come ricaricarti.

E' il solo distributore di benzina per biciclette che conosca.


E domenica al Triathlon di Fossano il presidente s'è fatto sentire. Da mesi si allena con un solo obiettivo: la classifica M3. Zitto zitto, un allenamento dietro l'altro ha raggiunto una condizione incredibile: 34° posto assoluto con 1.09.22, 2° M3. E se i giudici non avessero sbagliato il conteggio delle vasche in piscina costringendolo a fare 50 m in più (ahi ahi, in Italia queste cose accadono troppo spesso) probabilmente avrebbe vinto la categoria.


Ma la vera vittoria è stata portare il suo gruppo del Ponente alla prima gara ufficiale italiana.
Per questo il post sulla prima gara del 2008 lo dedichiamo a lui.

Grazie Valmer!


Ecco come sono andati gli altri: 24° Andrea Caffara con 1.08.20; 55° Sandro Caramello con 1.12.11; 97° Ivan LAsandra con 1.17.22; 104° Alessio Biamonti con 1.18.19; 110° Matteo Codo con 1.18.48; 113° Eric Lanteri con 1.19.07; 140° Domenico Trinchi con 1.24.00; 150° Giuseppe Lazzati con 1.27.15.
Complimenti anche alle ragazze: Pagani Greta 25° in 1:32:27 e Ricci Stefania 26° in 1:32:28.

venerdì 4 aprile 2008

Marathon et 10 km de Monaco et des Riviera


Domenica 30 marzo si sono corsi la Maratona e il 10 Km di Monaco e della Riviera.
Come sempre la manifestazione è stata di quelle a portata internazionale: 1120 partecipanti per la maratona e 1046 per il 10 Km.
Numeri importanti se si tiene conto che la maratona è una delle più dure in calendario e che a fatica è stata ufficializzata a causa del dislivello totale che sfiora i 500 m. Ma lo scenario del percorso con il passaggio del confine e il "giro di boa" a Latte e l'arrivo nello stadio Louis II meritano la fatica.
Quest'anno poi la nuova partenza da boulevard Albert I dava un po' la sensazione del grande evento: da lì parte anche il Monaco Formula 1 Grand Prix.


Due gli atleti del Ponente Triathlon che hanno disputato la maratona: Camillo Daniele (4:09:52) e Silvio Forini (5:07:56).
Alla gara dei 10 km hanno partecipato: Andrea Caffara (36° con 0:37:42), Stefano Ivaldi (131° con 0:42:21), Davide Raimondo (198° con 0:44:09), Matteo Codo (199° con 0:44:10), Elio Bagnasco (268° 0:46:08). C'era anche Gianfranco Gamba ma il suo tempo non è stato ancora ufficializzato.

giovedì 3 aprile 2008

3° Tri-Tropézien, distanza sprint


Domenica 30 marzo 2008 una delegazione del Ponente Triathlon ha partecipato alla 3° edizione del Tri-Tropézien, gara sulla distanza sprint disputata a St. Tropez.
Quella mattina, verso le 5, (che poi erano le 4 perchè nella notte era cambiata l'ora) Paolo Borfiga, Claudio Mingherlino, Giacomo Revelli e Emiliano Scandi si sono trovati di fronte ad un bivio: o prendere l'autostrada direzione Italia - Milano - Cremona e partecipare ai Campionati Italiani a squadre di duathlon oppure andare dall'altra parte, in un altro mondo, direzione Francia, dipartimento Var, nella famosa Saint Tropez e correre il 3° Tri-Tropézien.

Di Cremona sapevamo tutto: 750 atleti, 250 squadre da tre, gara a staffetta, duathlon super sprint: 2,5 km di corsa, 10 km in bicicletta e ancora 1,25 km di corsa. Scia ammessa. Percorso interamente pianeggiante. La solita gara all'italiana.

Poche o nulle le informazioni su questo terzo Tri-Tropezienne. Qualcuno voleva farlo l'anno prima ma coincideva con lo sprint di Andora e così aveva scelto quest'ultimo per dare "punti" alla squadra. Le info su Internet descrivevano 750m di nuoto nel golfo davanti a St. Tropez, 23 km di bici "ondulati" (in Francia chiamano ondulato anche il Galibier) e la corsa su 5 km attorno ad un'ipotetica "citadelle" (in Francia chiamerebbero "citadelle" anche il castello di Cagliostro).

Ancora una volta ha prevalso lo spirito di squadra: ci siamo guardati negli occhi (a dire il vero il fatto che tutti avessimo portato la muta tradiva già la nostra decisione) e Saint Tropez, Saint Tropez, tutti a Saint Tropez! Come nel film di Castellano & Pipolo. Giunti lì però le condizioni non erano proprio le migliori: giornata piuttosto fredda, un vento gelido batte la zona cambio e solo 14 i gradi dell'acqua alla partenza. Muta obbligatoria e doppia cuffia consigliata, qualcuno indossa pure calotte da sub.
L'accoglienza è però, come al solito, molto tiepida: ci vedono lì, infreddoliti, in fila con la tessera della Fitri in mano e, animati da un moto di compassione, ci mandano un po' più in là, dove quelli dello staff hanno allestito un piccolo fornello da campo e ci offrono caffè bollente e croissant che ci rigenerano immediatamente.Sono così i francesi, fiscalissimi, precisi, ma onesti e amichevoli fino alla fine. Come le loro gare del resto. Si capisce subito che questa non è una gara normale, un triathlon da amatori: 250 iscritti, 200 partenti, c'è gente che si scalda sui rulli, altri che montano lenticolari e manubri da crono, caschi a goccia nonostante il vento, due donne attaccano degli elastici alle transenne e cominciano a tirare come delle dannate. I triathleti francesi vengono qui per affinare le armi. C'è gente da Tolone (fortissimi, molti nei primi 10), da Saint-Raphaël, Antibes, pure uno svizzero e due americani di Los Angeles. Del resto qui non c'è la scia e, se vuoi sapere quanto vali, è la prima gara buona.

La partenza la danno alla francese: tutti assieme, donne, uomini, master, allievi. Senza tante musse. Ciò che si prova qualche secondo prima di buttarsi in acqua in questi casi è difficile da descrivere: davanti c'è uno specchio duro e freddo come il marmo, la tua mente è già alla prima boa, ma la tua pelle, i tuoi muscoli, i tuoi polmoni si rifiutano di entrare in contatto con l'acqua. Poi: trois, deux, un... allez! Lo sparo arriva e via, ti butti e tutto passa in un attimo. Sul fondo del mare potrebbe esserci un tesoro nascosto che non ti fermeresti nemmeno a guardarlo.

Esci dall'acqua barcollando come se avessi bevuto qualche grappino a stomaco vuoto, cerchi la tua bici, poi comincia la muta, devi trasformarti nel più breve tempo possibile in un'altra specie, un volatile, quella roba nera e zuppa che hai addosso non ti serve più, te la togli nel modo più indolore possibile ma lei resiste, resta impigliata ai polsi, alle caviglie. Finalmente l'allontani con un calcio (è un'Ironman da 450 euro), metti il casco e prendi la bici. Solo ora capisci che cosa significa veramente "ondulato" per un francese. Significa che non c'è la pianura che tanto amiamo noi italiani, che o sali o scendi, che sei costretto continuamente a pedalare e non puoi sfruttare la pacchia di quello davanti che ti taglia l'aria perchè c'è un viavai continuo di giudici pronti a darti il "carton rouge". Un saliscendi continuo di 23 km, con il picco un posto con un nome da Golgota, "Ramatuelle": una rampa al 10% dopo una discesina e una curva. Trovo due persone ferme con la catena rotta. Attorno solo il nulla, piante di viti e basta. E' la vigna di qualcuno, mi dico quando arrivo in cima, qualcuno dell'organizzazione che voleva far sapere a tutti quant'è buono il suo vino.

La corsa parte da un parcheggio, ma non per questo si preannuncia meno emozionante: dopo un
po' sei nel paese e c'è un sacco di gente che in una fredda domenica mattina sta lì a dirti "Allez! allez!" anche se sei un italiano e non gliene pò fregà de meno. Col loro sostegno però guadagni almeno 5 secondi a chilometro. Curve, controcurve, ma dove sarà questa "citadelle"? In anni di gare francesi mi sono abituato ad aspettarmi sempre peggio di quello che mi immagino. E infatti la salita arriva: si va ad un castello per uno sterrato, ci sono due concorrenti che ansimano perchè l'hanno preso un po' troppo forte. Il panorama una volta in cima è straordinario, su un pezzo del golfo è uscito il sole e il mare è crespato dal vento. Poi la discesa fino all'arrivo e lì ti spremi per fare quello che resta del tuo tempo.
Anche il sole giunge all'arrivo. C'è barbecue, panino e mergues per tutti. Troviamo l'amico Roberto Trucco del Riviera Triathlon e la sua fidanzata Muriel Chanseng del Narbonne. Muriel ha fatto la gara: 1h e 45. Ma per lei lo sprint è troppo veloce. Ci invita ad un'ironman a Narbonne, ci sarà anche Jalabert! Quasi mi convince.

I risultati: 28° Borfiga con 1:13:44, in grande crescita, ottima prova a nuoto e a piedi, 45° Mingherlino con 1:16:21, grande soffritore devoto a San Gennaro, 49° Revelli a 1:16:44, 139° Scandi a 1:28:42, ma per lui è una vera vittoria: è la sua prima gara da papà.

Momenti di gloria:

Ecco i primi 4 Cinghiali della stagione......la caccia è ufficialmente aperta!!!!
















Un intenso Borfiga al briefing prima della partenza














Ma quanto sono belle le nuove divise????















Panino e mergues (piccanti) dopo la gara