martedì 15 luglio 2008

Mezza Maratona Bènouville-Caen “La Pegasus “ 8 Giugno 2008: ..ovvero "Due cinghiali e un Tiger













Normandia, Francia. La prospettiva è attraente: coniugare la comune passione (di Daniele e mia) per la storia con la partecipazione ad una delle gare più importanti di Francia.Anzi, una serie di gare (maratona,mezza,diecimila ed altre) che coinvolgono nell’arco di tre giorni un intero territorio invaso (pacificamente questa volta) da oltre 20mila partecipanti. Quindi si parte! Partenza da Nizza alle 20, vagone letto, Parigi all’alba del giorno dopo, trasferimento a Caen sulla costa atlantica per essere intorno a mezzogiorno comodamente installati in un albergo molto accortamente scelto in prossimità del traguardo. Scopriamo con sorpresa di essere gli unici concorrenti Italiani e dopo il ritiro dei pettorali c’è il tempo per visitare l’imponente Memoriale della Pace nei cui giardini è situato il villaggio maratona.

La sera, cena sulla costa avvolti nelle atmosfere del D-Day , fra reduci veri e figuranti finti, vecchi aerei in cielo e musiche di Glenn Miller.

E giunge il giorno. Navette dell’organizzazione provvedono a “sbarcare” (c’è scritto proprio così!) i partecipanti alla mezza in prossimità del ponte Pegasus molto più comodamente che non i parà Inglesi che lo occuparono all’alba del 6 Giugno. La storia è passata di qui e un po’ di emozione comincia a salire..ma tutto passa dopo il via. Il percorso, bello ma impegnativo si snoda attraverso la campagna normanna fra villaggi curatissimi e viottoli non asfaltati con il sostegno degli abitanti a bordo strada e le numerose bande musicali che scandiscono il ritmo dei concorrenti. Non è esattamente la gara “piatta” che immaginavo, i dislivelli si susseguono senza darti modo di rifiatare ed è con vero sollievo e molta sorpresa che arrivano il display dei tempi e lo striscione d’arrivo.

Sidro e camembert al traguardo, molto apprezzati.

Un’occhiata alle classifiche, l’arrivo dei maratoneti con qualche rimpianto da parte di noi “demi-coureurs” e poi via in auto verso l’interno a rendere omaggio nei ari cimiteri a quelli che senza retorica sono morti anche perché noi si potesse correre,oggi,dove ieri si è combattuto. File allineate ed interminabili di lapidi bianche ed istintivamente ti chiedi cosa facessi tu nell’età in cui loro sono morti, quali fossero le loro aspirazioni,quanto avrebbero potuto,se vivi, cambiare il mondo..

L’incontro con uno dei miti della mia infanzia, il carro Tedesco Tiger, mi procura un senso di disagio; non riesco a non pensare a quante vite umane abbia spento. Non riesco a vederlo solo come una macchina, il giocattolo che tante volte ho tenuto in mano…

Il giorno seguente è diviso fra visite a musei e cattedrali. Cimeli bellici ormai inoffensivi punteggiano la costa dove frotte di turisti affollano spiagge e falesie di una bellezza selvaggia. Imperdibile la passeggiata sulla spiaggia con la bassa marea. Ci inoltriamo per centinaia di metri verso il mare aperto per assistere allo strano spettacolo del sole che tramonta alla nostra sinistra!

Il treno del ritorno a casa ci consente di spendere ancora alcune ore a Caen, la “città delle 100 campane”, capitale di Guglielmo il Conquistatore e città martire distrutta nei combattimenti del luglio 1944. E’ proprio ora di andare ma il prossimo anno chissà…ci sarebbe la Maratona di Mont Saint Michel, lontano non più di 100 chilometri. Nel ritorno inciampiamo a Parigi in un improvviso sciopero ferroviario che ci procura qualche disagio dal quale usciamo (grazie Giancarlo!) senza troppi affanni.

Quindi, riepilogando, natura, gastronomia, storia ed anche, perché no, un po’ di sport. Alla prossima dunque.

Ed ora, per i cattivi studenti, un po’ di storia.

A mezza strada tra Caen e Ouistreham, la cittadina di Bènouville sulle rive dell’Orne è celebre per il suo ponte, il Pegasus Bridge.

Questo nome gli fu dato in omaggio alla 6^ Divisione Aviotrasportata Britannica il cui simbolo era un cavallo alato. Pegaso appunto.

La conquista del ponte è effettuata all’alba del 6 giugno 1944 dalla Compagnia C Battaglione Oxsfordshire and Buckingamshire del maggiore Howard. Tre alianti atterrarono nei pressi del ponte che viene catturato intatto e tenuto fino all’arrivo dei rinforzi provenienti dalle spiagge. Fra i numerosi aneddoti figura quello dell’arrivo degli stessi intorno alle 13:30. Preceduti dalle cornamuse gli scozzesi di Lord Lovat raggiungono gli uomini di Howard: “Sorry, sir, abbiamo due minuti di ritardo.”

Il ponte, sostituito ne dopoguerra, è la parte centrale del museo dedicato all’avvenimento e posizionato in prossimità della partenza della gara.

Silvio e Daniele ;-)





















sabato 12 luglio 2008

Stai tranquillo c'è sempre qualcuno più pazzo di te!!!

Diario della corsa NEANDER-TRAIL 2008, da Camp d’Argent, colle del Turini a Cap d’Ail, plage Marquet.

di Yann Ballestra.


Notte tra il 14 e il 15 giugno.




Per la mia seconda partecipazione a questo splendido ultra trail di 54 Km mi sento decisamente più preparato rispetto all’anno scorso. Di conseguenza la mia aspettativa di riuscita è, oltre all’ovvio, ma non scontato fatto di arrivare al traguardo e vincere l’ambitissima maglietta di finischer, anche quella di abbassare il mio tempo personale di 11 ore e 28 minuti.
Il ricordo della sofferenza patita e delle emozioni vissute sono ancora vive in me come immagini e come memoria corporea. Da un lato sono dunque animato da una grande motivazione, dall’altro è forte l’apprensione, la paura di dover affrontare la notte, il freddo, la solitudine, la possibilità di perdersi in mezzo al bosco o farsi male. Poi c’è la fatica, i dolori muscolari e articolari, il corpo che dice basta dopo 5 ore di corsa, mentre tu sai chiaramente che sei solo a metà e devi trovare le risorse nella tua mente, risorse quasi magiche che possono poi permetterti di fare cose straordinarie, che in definitiva vuol dire “semplicemente”, arrivare alla fine.
Insieme a me Jeff, l’amico che mi ha fatto conoscere la corsa e che l’anno scorso si è dovuto ritirare per crampi. Da più di otto mesi si prepara con un intenso allenamento da triathlon; io invece non sono così pronto, ma ci accordiamo comunque per cercare di correre insieme e motivarci a vicenda nei momenti difficili.
Sabato mattina mi sveglio alle sette. Da una settimana ormai la notte non faccio altro che sognare la gara, mentre di giorno il pensiero fisso ritorna incessantemente e in modo ossessivo. Finalmente ci siamo! Controllo il meteo e mi rendo conto che non sarà facile, in montagna sono previsti temporali fino a notte fonda. Preparo la colazione del neanderthal, un bel centrifugato di frutta e due etti e mezzo di pasta all’olio e grana, ma fatico a mandar giù tutto, lo stomaco si contrae per la tensione; tuttavia mi sforzo perché so che stanotte tutto ciò sarà benzina per le mie gambe. A mezzogiorno un altro piatto di pasta mentre preparo meticolosamente il mio micro zaino nel quale metto un litro e mezzo d’acqua, una coperta di sopravvivenza, sei barrette energetiche, un fischietto, un coltellino, una fascia di contenzione, due bustine di polase, una lampada frontale dei compeed e l’ipod.
Alle 13 passo in spiaggia a salutare Cristina e i bimbi. C’è un bel vento da ponente e gli amici del windsurf sono tutti in acqua, mentre io con la mente mi sento già altrove, immerso in una dimensione puramente introversa, non penso a nulla, mi sembra di galleggiare nel vuoto, ma non è così. È la tensione che sale.
Da Bordighera con la macchina passo a Mentone a prendere Jeff, non parliamo molto. Arriviamo a Cap d’Ail dove domani all’alba dovremmo tagliare il traguardo sulla spiaggia, mentre un grosso cronometro segna il tempo dei cromagnon, partiti stamattina da Limone. Loro percorreranno più di 100 km correndo… e mi inchino. Prendiamo posto sull’autobus che ci porterà a Camp d’Argent, la partenza. Il viaggio è lungo, ho freddo, sono seduto scomodo. C’è chi parla incessantemente, chi medita, chi cerca di dormire. Mi colpisce un uomo di fronte a me, agitatissimo, un po’ soprappeso, ha l’aria da turista con la sua maglietta di cotone bianca, mentre la maggior parte degli atleti sono con vestiti iper tecnici, mi chiedo: “Ma dove va? Lo sa cosa dovrà affrontare?” Poi mi dico: “Non giudicare nessuno, non guardare nessuno” e faccio bene, me ne renderò conto all’arrivo. Man mano che saliamo il tempo si fa sempre più grigio e nebbioso, poi comincia a piovere. Dopo due ore e mezzo arriviamo al campo base. Ci fanno entrare in una baita: siamo un centinaio di pazzi, una trentina di donne, tutti attorno a due caminetti accesi. Ritiriamo il pettorale consegnando il certificato medico sportivo e poi la coda al cesso, tutti in fila a pisciare. Non è la prostata, ma la tensione pre-gara. Meno male che la diarrea l’abbiamo scaricata tutti la mattina a casa…
Bene, ora siamo puri, totalmente vuoti, fisicamente e mentalmente, pronti a nutrirci di paura, nebbia, pioggia, fango e sudore.
Lo starter grida: “Ok, tutti fuori! Anticipiamo la partenza, sono previste piogge più intense per le prossime ore, i sentieri sono molto scivolosi, state attenti nel bosco e sui crepacci, tra cinque minuti darò il via!”
Uno strano silenzio scende sulla baita, si sente solo il fruscio delle giacchette e degli zaini. Usciamo fuori, fa freddo e piove. La partenza è in salita, un primo dislivello positivo da 1700 a 2000 metri di altitudine in 8 km. Siamo tutti accalcati di fronte ad un nastro bianco e rosso. Conto alla rovescia: -10..9..8… tutto ad tratto la tensione monta alle stelle e dal silenzio assoluto emerge un boato provocato da tutti i concorrenti, neanche si partisse per uno sprint! -3..2..1 Via! Partiti.
Io (giacchetta azzurra e cappello da Indiana) e Jeff ( alla mia sx con cappello bianco) un attimo dopo la partenza
Corriamo subito ad un buon ritmo e in pochi minuti il gruppo si divide in due sezioni, chi corre e chi decide di scaldarsi camminando, in fondo dobbiamo percorrere 54 km, c’è tempo. Io e Jeff abbiamo fissato il nostro primo obiettivo: arrivare a Sospel, il primo punto di controllo e ristoro, in meno di 3 ore, sono 24 km. Quindi non possiamo che correre e anche a un buon ritmo. Il primo tratto sale e io vado subito in affanno, sento le gambe dure, i polpacci tirano e non ho fiato, il cuore è troppo veloce. Che mi succede? Poi capisco, sto patendo l’altitudine, mi sono sempre allenato al mare e il mio corpo si adatta lentamente, in più sento molto la tensione della gara, un mix mortale. Jeff mi guarda preoccupato mentre sputo catarro e saliva bianca, ho mal di testa, tutti indici di insufficiente ossigeno nei muscoli. Cerca di rassicurarmi e spronarmi: “Dai, dobbiamo fare i primi 6 km in meno di 45 minuti, sono i più duri, poi ci sarà una lunga discesa, non mollare”. Cerco di tenere duro e forzare, ma mi sento stremato, i battiti sono troppo alti, mentre in realtà sto solo corricchiando e non dovrei neppure sentirlo il cuore, anche se in salita. Dopo mezz’ora comincio a rallentare e alla fine decido e gli dico: “senti vai, tu stai bene, ti sto solo rallentando, tanto non ce la faccio a tenere questo ritmo, non ti preoccupare, ci sentiamo col cellulare e magari ti riprendo a Sospel”. Sorrido, ma ho paura. Devo insistere parecchio, ma alla fine lo convinco e il suo ritmo cambia, in meno di 5 minuti sparisce dalla mia vista, per fortuna non si gira mai. Di colpo sono completamente solo, fragile, un po’ perso, con un handicap forte già alla partenza, ma tutto ciò, magicamente, mi fa scattare qualcosa nella testa e la difficoltà, invece di deprimermi, mi motiva. Nel frattempo non smetto di correre, anche se lentamente. Il cuore sempre a mille, parecchie extrasistole di contorno e sulle spalle parecchia pioggia, sempre più intensa.
Queste condizioni fisiche perdurano per le prime due ore, i primi 16 km fino ai primi 1400 metri di altitudine, poi, progressivamente mi sento sempre più leggero, le gambe più libere, mentre spiove e il fango è meno presente sul sentiero. Allora comincio a lasciarmi andare in discesa, il busto in avanti trovo un buon ritmo e recupero il tempo perso rischiando tuttavia più volte di cadere. Sforzo parecchio, ma mi sento bene, vivo e in gara.
Arrivo a Sospel, il primo punto di ristoro, in tre ore e 5 minuti. Sono 24 km fatti, finiti e conquistati, passando per un bosco buio e fangoso, sentieri ripidi, con la luce frontale che si rifletteva nella nebbia creando uno schermo bianco accecante. Appena mi fermo mi rendo subito conto di aver bruciato molte energie, in più sono bagnato fradicio e ho freddo, come tutti gli altri d’altronde. Ci sono due amici ad accogliermi, Enrico e Valentina, è bellissimo vederli, dopo quelle interminabili ore passate da solo, ma non aiuta e un pensiero perverso si affaccia alla mente: ”Potrei farmi portare a casa da loro, in fondo ho già corso tanto, cosa devo dimostrare di più, sono stanco, ho freddo…”. Un brivido mi scuote. Bevo del the caldo, mangio una banana, mi riempio le tasche di uvetta, la borraccia d’acqua e li saluto pensando: ”Devo assolutamente ripartire al più presto”. E riparto. Da Sospel si comincia a salire seriamente, è il primo colle da affrontare con un dislivello del 20,44% per 2km e mezzo, ripidissimo, in sostanza ci si arrampica. Fatico, ma sto bene, le gambe ci sono, il cuore anche e tengo un buon ritmo. È notte fonda e tutto tace, da più di due ore non piove e i vestiti cominciano ad asciugarsi. Dopo più di un’ora arrivo in cima, stanco ma felice, il cielo comincia ad aprirsi, sopra di me fa capolino un splendida luna che illumina il bosco. Le montagne da cui provengo sono ancora immerse nelle nuvole, verso sud, invece, scorgo il mare infinito che si confonde con il cielo e il mio spirito si riempie di speranza, anche quest’anno posso farcela!
Ho percorso ormai correndo e arrampicandomi 30 km, scendo dal Col de Castillon e arrivo su una pista in terra battuta tutta in falso piano e ricomincio a correre, anche se mi devo obbligare, anche perché la tentazione di riposarmi un po’ dopo la lunga scalata è forte. In più so che tra 6 km dovrò affrontare il colle più duro, il mitico Baudon, ma so che sono questi i tratti in cui posso migliorare il mio tempo e allora via, di corsa, le ali ai piedi, anche se le gambe fanno male, così come le articolazioni di caviglie, ginocchia e bacino: un concerto in do-lore.
Arrivo al rifornimento del Col des Banquettes, un grande fuoco immerso nell’oscurità, visi accoglienti e ammirati da parte degli organizzatori pronti a servirti e sollecitarti a mangiare e bere, mentre i compagni di corsa, una quindicina in tutto, sono silenziosi, le facce stravolte e gli occhi impallati, rossi, guardano altrove perché non è affatto finita. Lo stomaco è contratto per il freddo patito su in montagna, ho la nausea, i brividi, le gambe dure e doloranti. Sento tuttavia di avere ancora energie e tanta voglia di farcela. Sono consapevole che d’ora in poi sarà una dura lotta oltre i limiti del mio corpo, una questione puramente mentale, fatta di imposizioni e regole: obbligarsi ad andare avanti, non fermarsi assolutamente mai, dovessi arrivare a far passare minuti tra un passo e l’altro. Mi aspetta una salita di 2 km e mezzo con una pendenza del 21,20%, per poi scenderne altrettanti strisciando col culo su una pietraia per non rotolare a valle. Guardo una volta, una volta soltanto il mio nemico, guardo la cima e più su la luna e le stelle. Poi abbasso la testa, la luce della lampada frontale illumina le mie scarpe e le mie gambe in un tutt’uno di fango e sudore. E allora dai! Un passo dopo l’altro, le ali ai piedi e saliamo in Paradiso!
Fa subito male, il cuore batte forte, sento il mio respiro, ogni tanto digrigno i denti ed emetto strani suoni, mi brucia il petto e mi chiedo se non mi verrà un infarto. Punto i bastoni a terra e mi tiro su, ogni tanto mi aggrappo anche a un ramo, sto praticamente scalando. Mi dico: “Yann, non ti fermare per nessun motivo finchè non arrivi in cima”. Dopo poco si accoda un gruppetto di 5 persone, chiedo se vogliono passare, mi rispondono che il mio ritmo va benissimo. Li tiro per 45 minuti, finchè ad ogni passo il respiro si fa più pesante, la salita sembra infinita. A 5 minuti dalla cima il sentiero si allarga e inesorabilmente, uno dopo l’altro, il gruppetto mi supera. Sono in difficoltà, avanzo a rilento e penso che non arriverò mai in cima. Se mi fermo ho la sensazione che le mie gambe potrebbero bloccarsi come tronchi e rimarrei per sempre piantato in questa maledetta salita. Penso: “Aiutatemi…”, guardando il gruppetto che si allontana sempre più, ma non ricevo nessuna parola di incitamento. Piano piano spariscono nella notte e mi ritrovo solo. È il momento più duro, ho paura. “Dai Yann, dai, si corre da soli qui, è il bello di quest’avventura, sei quasi in cima, manca poco, solo un piede davanti all’altro, non costa nulla”. E invece costa, tantissimo. Dopo un’eternità di passi alzo lo sguardo e vedo, a 20 metri, la cima. Ci sono! Di colpo sento il mio corpo scaldarsi, ce l’ho fatta, 530 metri di dislivello con 35 km nelle gambe. Ormai sono più di sette ore che corro e mi arrampico, che soffro e che vivo in modo talmente intenso! Dio mio sono in Paradiso, da lassù vedo casa, Bordighera, con le sue lucine bianche, poi dalla parte opposta l’aeroporto di Nizza, la splendida, fino a Cannes, dietro di me le montagne nere che ho appena attraversato, sempre immerse nella nebbia inquietante. Ma io corro verso la luce. Mentre la luna lentamente tramonta, da est si affaccia la luce del sole, della vita e la mia vittoria bussa all’orizzonte. Ormai ci credo veramente! È tutta la notte che corro e anche solo per essere qui, in questo istante, su questa altissima cima, a guardare il mare fuso nel cielo con le navi illuminate che sembrano vascelli spaziali sospesi nel nulla, ne è valsa la pena. Mentre centinaia di migliaia di persone dormono ai miei piedi, io sono qua, sveglio e vivo come mai, in questa magica notte, che è solo mia, perché da solo sono arrivato fino qua.
Ma non è finita, ci sono ancora 17 km da percorrere, da correre. La conquista del colle mi dà una sferzata di coraggio e rinforza la mia volontà. Scendo a tentoni, giù per una ripidissima pietraia e comincio a sentire la brezza tiepida del mare, gli odori familiari della ginestra selvatica, del timo e del rosmarino. Piano piano la natura si risveglia e non è più il silenzio angosciante del bosco, ma un concerto di uccellini che mi accompagnano. E mi sforzo di correre, faccio 20 passi di corsa e 10 camminando, appoggiandomi con forza ai bastoni. La strada riprende poi ancora a salire per 3 km al 7%, è una vera tortura, ma finisce in fretta. Sono alla antenne sopra Nizza, corro, corro, non so nemmeno io dove trovo la forza. Arrivo al golf di Monaco sul Mont Agel, ormai sono sicuro di farcela e rallento un po’ prima di arrivare alla Turbie. Il telefonino squilla, è Jeff che felice mi grida: “ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, sono appena arrivato, ci ho messo nove ore, non so come, è incredibile!!” Mi complimento con lui dandogli del cinghiale di montagna. Poi mi chiede dove sono, sa che sto soffrendo come un cane e che non posso più correre, ma riesce a motivarmi. Mi dice che mi manca meno di un’ora e che “devo” correre. Lui mi aspetterà all’arrivo per farmi una foto, ma solo se arrivo correndo. “Dai sbrigati che qui c’è una doccia calda magnifica”, mi dice ridendo. Ritrovo nuove energie dalle emozioni trasmesse dalla sua personale vittoria e incredibilmente ricomincio a correre. Passo la Turbie, ultimo punto di ristoro, senza fermarmi, al volo prendo un po’ di cioccolato. Corro come un burattino, ma corro. La discesa è infinita, è un’ora lunghissima e nel frattempo si fa mattina. Il mio corpo sprigiona il calore di una fornace, mi sento duro, pesante e goffo, ma la mia anima è libera e leggerissima. Sono veramente felice, mi godo il panorama e corro verso il traguardo. In lontananza vedo Jeff che si sbraccia, gli passo accanto e poi costeggio le transenne dell’arrivo. Non sono ancora le 6 del mattino e ci sono solo i corridori che sono già arrivati. Tutti ti sorridono zoppicando, mentre tu ancora corri quegli ultimi 10 metri da eroe. Gli sguardi si incrociano per un attimo, sono persone che non conosci, ma che hanno appena percorso la tua stessa strada e negli occhi hanno tutti una luce… Tre passi di corsa e poi il traguardo, e un piccolo applauso. Mi fermo, cammino e abbraccio Jeff. 10 ore e 20 minuti, un’ora in meno rispetto all’anno scorso!
Mi sento svuotato, fatico a parlare eppure sento di avere qualcosa in più rispetto a ieri sera, di essere più autentico, di sapere qualche cosina in più sul senso della vita. Sento di avere ancora più voglia di vivere dopo aver vissuto così intensamente per più di 10 ore. Ma soprattutto, sento che la mia anima sta già cercando nelle immagini della memoria, sentieri e boschi. La mia anima non vede l’ora di ricominciare a correre, le ali ai piedi…
Io all’arrivo
P,S. poco dopo essere arrivato, mentre andavo verso la doccia, vedo seduto il corridore improvvisato che avevo incontrato sull’autobus tutto agitato, un po’ sovrappeso, con gli occhiali da vista e senza attrezzatura tecnica. Dentro di me lo avevo giudicato sprovveduto e, sinceramente, anche un po’ sfigato. Tanto sfigato che è arrivato un bel po’ prima di me al traguardo. Allora ho capito una cosa: nella vita sono le persone più semplici che fanno le cose più straordinarie.

mercoledì 2 luglio 2008

A Manosque, sotto il sole giaguaro


Mai, mai, scorderò l'attimo, la terra che tremò.
L'aria si incendiò e poi... silenzio.
Così cominciava la sigla di Ken il Guerriero, cartone post-moderno di cui tutti o quasi ci ricorderemo. Ma queste parole possono andar bene anche per descrivere il Triathlon des Vannades 2008.

E' stata una giornata che difficilmente noi del Ponente dimenticheremo. E non solo per la grande prestazione di Andrea (25° assoluto con 2.42.27) e quella di Paolo (32° con 2.45.12, arrivato a braccetto con Stefano 31° a 2.45.10). Questa edizione del Triathlon di Manosque sarà per sempre impressa nella nostra memoria per la temperatura con cui è stata disputata: alla partenza il termometro segnava i 35° C.
Non so se i regolamenti della Fitri, così dettagliati su drafting e doping, si prodighino altrettanto sui limiti della temperatura a cui disputare un triathlon. Nel caso, quelli nella FFTRI sono di certo molto più elevati. Del resto, si sa, i francesi hanno la legione straniera e alle frittate di questo tipo ci sono abituati.
Manosque è una ridente cittadina in mezzo alla Provenza, tra la Durance e il Luberon. Per arrivarci si punta Aix'n P. e poi si vira verso nord per aggirare il Monte St. Victoire caro a Cezanne. Nessuno a Manosque immagina che una allegra combriccola di cinghiali itaiani si sta dirigendo lì, proprio nel bel mezzo di una tipica canicola provenzale, per partecipare ad un triathlon. A dir la verità, la maggior parte di noi nemmeno se l'immaginava dov'era Manosque. Qualcuno però, in quella sfortunata giornata di Beaulieu, s'era ritrovato sul cofano un volantino del Triathlon des Vannades tutto inzuppato, ma ancora leggibile. Il verbo s'era così immediatamente diffuso. Fabrizio poi c'era stato l'anno prima, la gara gli era piaciuta, i ristorantini pure, quindi al limite, non si rischiava nulla ad andare.E, allora, uno per tutti e tutti per uno, s'era pensato a rifarsi della delusione: andiamo a Manosque!
Tre auto cariche di bici, donne e cinghiali attraversano il Var, superano il massiccio dell'Esterel. Fuori il foraggio scotta al sole e il riverbero crea miraggi sull'asfalto. Lo scenario comincia a delinearsi: non si vede una nuvola, ci sono solo campi, vigne, canali.Dopo tre orette di macchina con il climatizzatore a tutta, uscire e passeggiare nella zona cambio è come visitare un pianeta ostile: la gara parte da un lago artificiale nel bel mezzo di una conca, una specie di depressione caspica. C'è ancora chi spera di nuotare con la muta, poi arriva la conferma: acqua a 27°, muta non consentita.
Famiglie intere banchettano sulla riva o sguazzano nell'acqua.Noi montiamo le bici con una lentezza da bradipi. Ogni gesto costa sudore. I francesi invece non si smentiscono mai. Attorno a noi s'aggirano macchine da cronometro e da guerra, con ruote affilate come affettatrici e prolunghe, rostri, speroni per tagliare l'aria calda come il burro. I 300 di Manosque sono tutti in fila davanti ai giudici alle 14 esatte. Il briefing è stato un vero siparietto: l'organizzatore, un tipo bizzarro con panama e camicia pseudo-hawaiana dà consigli preziosissimi: "ragazzi, in discesa chiudete la bocca se non volete ingoiare un'ape...".

Finalmente si parte: il nuoto è l'unica parte della gara che uno riesce a godersi, appena fuori comincia un bollito misto di 53 km. C'è un po' di tutto: pianura, falsopiano, mangia e bevi, una salita pedalabile e una salita più dura che porta in una specie di terra di mezzo, dove non si è nè in pianura nè in montagna. Penso: se fossi qui per i fatti miei butterei la bici in un campo di grano e mi metterei sotto un leccio a leggere un libro di Giono. Il silenzio è quasi assoluto. L'unico rumore è quello della bici e dei pedali, il tuo involontario girarrosto. Ogni tanto c'è una casa disabitata, in mezzo al grano. Le finestre sono sbarrate dai tempi del colera.

E' qui che viene fuori la gara. Il mondo è un altopiano. Mentre sono solo in mezzo ad un campo assolato nel nulla, con l'idea di mollare ad ogni curva e cercare disperato una fontana, penso ai miei amici. Ci siamo tutti: frontalieri senza confini, leoni berberi, achilli fragili, tutori inquieti dell'ordine di se stessi, draghi, Eta-beta, volpi di Gouta. Ci siamo tutti, insieme, qui a soffrire e a scolpirci nel sudore. Di colpo la fune che mi trattiene si strappa, la fatica si allontana, il traguardo si avvicina. Teste colorate spuntano dalle spighe. Non sono gru, sono i caschetti dei colleghi che mi precedono.

Cambio, metto le scarpe per correre senza pensarci, si corre sui bordi del lago in mezzo ai bagnanti e ai loro schizzi. Sono tutti educatissimi e incitano dal primo all'ultimo concorrente. Per fortuna l'organizzazione ha ingaggiato ragazzini con tanto di fucili ad acqua che ti fucilano a dovere appena gli passi vicino.
Le nostre donne urlano, menomale ci sono loro: Evelina, Morena, Romina e Simonetta. Se fare il triathleta non è facile, essere la donna di un triathleta è quasi impossibile: ore e ore ad aspettare un tipo tutto sudato che poi dovrai abbracciare e baciare a dovere, esultando per un 139° posto come per un trofeo. Altrimenti musi.
Il mondo del triathlon in Francia è una macchina perfetta. La gara si conclude, il circo ricomincerà da qualche altra parte. Noi invece ce lo portiamo dentro, il nostro sole giaguaro.

giovedì 26 giugno 2008

..e bravo Marco!!

Domenica 22 Giugno la prova unica valida per il Campionato Regionale di Corsa in Montagna in quel di Verezzo sulle alture di Sanremo, vedeva tra i circa 60 partenti, “uno dei nostri”, Marco Faggiani!

La gara, come descritta dai giornali, per i suoi percorsi e il clima che l’ ha accompagnata, è senz’altro una di quelle dove fatica e sudore la fanno da padroni; ripidi sentieri, discese su scalinate e pietraie, il "guado" di un torrente, tracciati in mezzo al bosco, rendono bene l’idea.

La classifica finale, ci dice che Marco, ottimo atleta, è stato autore di una grande prova, chiudendo al 7^ posto assoluto, davanti ad atleti molto validi e conosciuti della nostra Provincia.

Campione Regionale, si è laureato Diego Filippi confermando i pronostici.

Complimenti a Marco da tutta la squadra!!

martedì 17 giugno 2008

La Panoramica. Ovvero le corse podistiche dell'entroterra genovese


Penso che un vero cinghiale, almeno una volta nella vita, debba provare a correre una delle gare podistiche dell'entroterra genovese.
Lo spirito sostanzialmente pigro e apatico dei genovesi, costretti in una città-labirinto che riserva loro sorprese ad ogni vicoletto, con un clima spesso inclemente che se un giorno c'è il sole l'altro piove, dove ogni attività della quotidiana esistenza costa fatica e impegno, non cambia faccia quando dirigono il muso verso l'entroterra. E' lì, tra le verdi colline e le montagne a due passi dalla marina e dal refrescumme, che il genovese va a rifugiarsi per espiare il suo peccato originale: quello di appartenere ad una terra a cui bisogna strappare ogni cosa con travaglio e fatica, come per una pena del destino. Pessimismo e fastidio.

E quale miglior modo di espiare la colpa che una bella garetta podistica sui monti? In qualsiasi altro luogo, una società che organizzasse una gara con un percorso del 70% in salita, su sterrati e mulattiere nei boschi, tra picchi rocciosi e stradine da camporella, su canali, acquedotti, muretti a secco, fasce, vigne e quant'altro si possa trovare oltre la frontiera dell'Aurelia, forse andrebbe in bancarotta.
A Genova no: queste gare sono frequentatissime e si fatica a trovare un pettorale sotto il 150. La Panoramica, gara di "circa" 12 km, organizzata per il 15 giungo dalla Podistica Valpolcevera che dall'alveo del Polcevera sconfina in quello del Bisagno per poi tornare verso Genova Rivarolo, è un esempio perfetto.

Decido di partecipare perchè il meteo annuncia una domenica uggiosa e in bici è meglio non andare. Dopo il lavaggio completo di domenica scorsa a Gouta, non ho nessuna intenzione di ripetere l'esperienza. Così, pazienza, farò una garetta, un allenamento, tanto per non star fermi e divertirsi un po'.
La gara l'ho trovata su Internet, su http://www.genovadicorsa.it/, portale aggiornatissimo con tutto ciò che serve al podista-espiante genovese.
Appena uscito, però, mi rendo conto che non sarà una passeggiata. La mia casa ha i balconi a levante e verso Camogli era sereno; i nuvoloni neri invece stavano dall'altra parte, a ponente. Anzi, c'è pure qualche tromba marina che danza al largo, un bel frullato d'acciughe e posidonia. Non mi scoraggio, parto per la Madonna del Garbo, nell'entroterra di Genova Rivarolo, il santuario dove dovrebbe esserci la partenza della gara. A Sampierdarena inizia a piovere. Bah, vado lo stesso, mi dico, se non ci fanno correre farò un giro per lumache. Invece arrivo lassù e trovo un via vai di gente già in canottierina e scarpette e numero che corre avanti e indietro allietata da un tormentoso concerto di campane, roba che i timpani, almeno, non vedono l'ora di partire.
Un signore con un ombrello e un altoparlante fa una specie di radiocronaca in genovese (tutta personale, perchè il volume è basso e non si sente niente), mamme e bimbi stanno sotto una tettoia assonnati ad aspettare, il parroco stesso mi indica il tendone dove ritirare il pettorale.
Ma partiamo lo stesso?, chiedo, Perchè? Mi fa un signore con tanto di pettorina gialla "staff", non ha letto il volantino? "La gara si disputerà con qualsiasi condizione atmosferica". Ah. E il percorso? Com'è?, Ah, segui i primi e vedrai che non ti perdi, mi risponde un altro. Ma c'è molta salita? Uhm, mah, si sale ai piani di Fregoso, poi al Peralto toccando, poi al Begato e al Puin e si torna indietro.
Per me è come se parlasse dello Zimbabwe, però deduco che ci sarà da soffrire. E io che volevo fare un tranquillo allenamento.
Sulla linea di via, alle 9 esatte ci sono più di 150 persone. Il radiocronista annuncia che la partenza è ritardata perchè c'è ancora gente che "sta effettuado le operazioni di punzonatura e iscrizione". C'è dunque una falsa partenza perchè dietro non capiscono e partono in quarta.
Poi, tre due uno via. Non è una partenza-razzo come ci si potrebbe aspettare. Sembra quasi che non ne abbiano voglia, che qualcuno li costringa a correre. L'esatto contrario di quello a cui sono abituato. Io corro da triathleta: per me la corsa è la frazione in cui spremere tutto, dal primo al 10° km senza mollare. Arzillo mi metto dietro ai primi due: un nordafricano e un altro piccolo e secco, che pure lui non dev'essere uno svedese, sembrano stupiti di vedere qualcuno con loro.
Dopo il primo km comincio a capire: arrivano una serie di rampe in ciappe e sassi, per di più bagnate. Quelli se ne vanno come caprette, io resto lì a chiedermi perchè ho deciso di venire.
La strada è nel bosco e le gocce della pioggia arrivano a secchiate ogni volta che il vento muove un castagno. Sulle pietre si scivola, dove non c'è un sasso c'è una pozzanghera e fango. Il fiato si
accorcia, il cuore sale come un tamburello, le gambe a breve diventano delle soppressate. Mi raggiungono altri, il sentiero è stretto e mi sposto per farli passare. Loro ringraziano e vanno. I km passano con una lentezza incredibile, tra il 3° e il 4° pare ce ne siano altri due. Alla fine però mi rassetto un pochino e tengo il ritmo di due ragazzi davanti a me. Arriviamo infine su un crinale, lì oltre alla pioggia c'è il vento.
C'è una vista incredibile: giù la città è avvolta dalle nuvole, ma spuntano le torri dello stadio di Marassi e si vede anche la Fiera, Corso Italia. Quale miglior luogo per costruire un forte per
difendere la città: il Puin è mastodontico, con i suoi contrafforti a ferro da stiro, e non è nemmeno uno dei più grandi.
A presidiarlo c'è un signore con un ombrello. Dice: "Stae atenti figieu che u se scheugia!"
E' lì che tiro il fiato, ora comincia la discesa. Ma guai a buttarsi giù come un falco, l'erba è umida e se scivoli finisci diretto al cimitero di Staglieno che è proprio lì sotto (e non per una visita di cortesia). Passiamo anche davanti al forte Begato, poi a Righi: lì di solito le coppiette ci vanno a sbaciucchiarsi, noi ci arriviamo infangati come pulcini.
C'è ancora spazio per un'altra discesa scavezzacollo, seguita da una rampa atroce, un Mortirolo che in cima l'anima ti scappa in cielo. La riprendi nell'ultima e definitiva discesa fino all'arrivo, 3 km, una specie di Vietnam di bosco, fango e pietre scivolose.
Solo allora mi accorgo che il "circa" davanti ai 12 Km sul volantino qui lo calcolano in eccesso.
Grazie alla Madonna del Garbo non cado e recupero addirittura qualche posizione. Alla fine faccio 13° e mi danno pure un premio di categoria: una bottiglia di vino. Alla salute cinghiali!
giarevel

lunedì 9 giugno 2008

Da Beaulieu a Gouta: cronaca di una salita annunciata

Questo post doveva essere il resoconto di una gara e invece parla di un'avventura e di come il destino di un triathleta sia, in un certo modo, già scritto.
Doveva esserci un triathlon domenica 9 giugno a Beaulieu sur Mer, una ridente località che, per il clima e l'esposizione viene soprannominata "Petit afrique".La gara è di quelle da non perdere: un olimpico senza tante musse, con uno spettacolare nuoto in baia e, appena fuori dall'acqua non c'è nemmeno il tempo di respirare che ti fanno imparare bene la salita per la Moyenne Corniche, su fino a Eze, per ben due volte, con una discesina da far fumare i cerchi per poi farsi una corsetta sulla stessa salita e arrivare finalmente sul lungomare, dove, nel mentre, ridenti signorine francesi se ne sono state spaparanzate sulla spiaggia e si chiedono che sia tutto quel "sciaratu" di gente che corre.
Per noi cinghiali Beaulieu è un appuntamento fisso. E poi sennò, che si faceva? Un bel gelato in centro? Niente da fare. Proprio quel giorno a Ventimiglia la città sarebbe stata bloccata per il disinnesco di un ordigno bellico rinvenuto in settimana: vigili, polizia, protezione civile e artificieri da tutte le parti, roba che nemmeno in Afganistan. Avrebbero prelevato la bomba e l'avrebbero fatta brillare in una cava lontano dalle abitazioni, con tanto di telecamere a documentare. Un bell'esercizio di stile per mostrare che i soldi dei contribuenti finiscono spesi bene.
Un pomeriggio al mare? Alla spiaggia? Nemmeno, c'è il ripascimento, i lavori sono in ritardo, pochi gli ombrelloni e gli asciugamani, ci sono invece ruspe e camion, ma non giocattolo, quelli veri: stendono una sabbia viscida e pastosa che arriva dalle cave, al cui contatto l'acqua frigge come l'idrolitina.
Andiamo a Beaulieu che è meglio. Ci alziamo così alle 5.
La prima idea è "chi cavolo me lo fa fare". La seconda è "Però, belin, Beaulieu... troppo bello!".
Qualche goccia di pioggia non scoraggia nessuno. C'è il presidente Valmer che mugugna, ma ormai è un rito, se non lo facesse mi preoccuparei. Meteo France non è d'aiuto, su Beaulieu davano tutto: sole, nuvole bianche, nuvole grigie, nuvole nere e "orages isoleè".
Partiamo. Subito le nuvole a ponente aumentano e a Montecarlo incomincia a piovere. A Beaulieu viene giù che Dio la manda con annessi fulmini. Più che nella "petite Afrique" sembra di essere al "Petite Artique": pioggia, vento e temperature che si potevano definire polari se confrontate con la media di giugno.
Nonostante questo ci sono parecchi triathleti. Qualcuno (francese) arriva addirittura in bici, tanto
bisogna bagnarsi, meglio cominciare subito. La partenza è spostata alle 9.30. Arriva pure l'ammiraglia dei Maremolati di Pietra Ligure, chissà a che ora si sono alzati, ma menomale che ci sono, fanno una gran compagnia.
Stiamo tutti sotto le tende a cincischiare e parlottare: chi vorrebbe partire ad ogni costo (Claudio sarebbe partito pure con l'uragano Katrina), chi pensa alla discesa bagnata, chi fa già i conti su quante posizioni guadagnerà in salita (Borfiga), chi si fuma una sigaretta (Beltrami), chi vuole convincerti a restartene buono e asciutto se faranno l'acquathlon (Andrea), chi ne approfitta per allestire un piccolo suq di camere d'aria, squizzy, body, costumi e pezzi di bicicletta (Stefano).
I tre bar del porticciolo di Beaulieu si affollano subito di gente, per un caffè bisogna aspettare mezzora. La TV passa il video di No surprises, dei Radiohead. C'è la testa di Yorke dentro una boccia di vetro con l'acqua che pian piano sale e lo copre del tutto.
Alla fine decidono per l'acquathlon, (per loro è pure campionato regionale). La maggior parte, se ne torna a casa per la felicità di mogli, fidanzate e mamme.

Al vero cinghiale però, resta qualcosa dentro. Non si può mollare, non è possibile sprecare una giornata così, dopo tutta la settimana passata a sognare di doppiare le prime boe in mare e i tornanti della Turbie. Claudio è il primo: "Ah, io me ne salgo in val Roia". Andrea gli va dietro: "No, meglio Ciaixe o Isolabona". Paolo la butta lì: "Andiamo a Gouta".
"Gouta? Sei matto?". E' peggio di una bestemmia: "Gouta" è un nome che dalle nostre parti va pronunciato con il rispetto più estremo. Suscita, brividi, timori, paure ancestrali. Così si chiama la salita più dura e lunga della provincia di Imperia: 14 km con media all'8%, la prima parte si cuoce tra gli ulivi, l'ultima si trema di freddo tra i castagni, l'asfalto è così ruvido che sembra di pedalare sulla carta moschicida. Tra gli alberi fitti appaiono e scompaiono figure strane. Qualche anno fa una coppietta fu spaventata da un gigantesco mostro peloso, lo chiamarono l'"abominevole uomo di Gouta", invece era solo un eremita locale. Gouta si fa una volta all'anno, come un pellegrinaggio.

E Gouta sia. Pure io mi convinco, tanto oggi dovevo soffrire, e anche per la sofferenza ci vuole qualità. Passiamo da casa, ci cambiamo in fretta, alla parola "Gouta" le nostre donne non oppongono nessuna resistenza, come vinte da qualcosa più forte di loro. Partiamo, più ci avviciniamo più sulla montagna incantata si addensano nubi minacciose. Dopo isolabona il
sole è un ricordo e quando al bivio mancano 500 metri comincia a piovviginare. Noi, consapevoli, andiamo incontro al nostro destino.
Claudio si mette davanti, vuole spianarla quella salita, cascasse il mondo lui vuole arrivare in cima. Ci vuole più fiato del solito, non per la carenza d'ossigeno: mai provato a salire a Gouta con Andrea Caffara che imita Cassani e Bulbarelli? E' uno spasso. Quando scatta Borfiga però non ride più nessuno. Dopo due tornanti quello sparisce e pensiamo addirittura che si sia infrattato per farci uno scherzo. Invece arriva in cima come un missile seguito da Andrea, da me e Claudio. Siamo rimasti stati sotto l'ora, pochi ventimigliesi ci riescono, è un gran tempo! Non abbiamo il tempo di rallegrarci che incomincia a piovere. Vogliamo però immortalare questo momento storico. Arriva un tipo, gli chiediamo di fotografarci e lui gentilmente accetta.
Restiamo un po' lì sotto la tettoia, a parlare, ci chiede di dove siamo, da dove veniamo. Lui è un bergamasco, dice di chiamarsi XYZ (ometto il nome perchè magari frequenta i blog di triathlon e potrebbe farci causa) da anni vive e lavora in Liguria.
Parliamo dei monti, del bosco, del Toraggio e del Pietravecchia. Lui è lì perchè sta lavorando a una lapide che hanno appena messo lassù per commemorare un alpinista scomparso. Fin qui tutto bene. Il fiuto di Claudio però, non tradisce mai: "Ma lei è "XYZ", lo stesso XYZ delle cave?" gli chiede "Sì, esatto risponde. Pensate un po', oggi la bomba la fanno brillare da me."
Lo scenario cambia, la pioggia aumenta. Ora è lui che comincia a far domande, sembra abbia guadagnato quanto basta di confidenza o di presunta superiorità per giudicare che mestiere facciamo. Noi siamo in trappola, non possiamo muoverci.
Per Claudio e Paolo nessun problema, ma quando Andrea gli dice che lavora in comune a Ventimiglia, "Ah - fa quello - uno statale! Noi ce l'abbiamo con gli statali... adesso è arrivato il ministro giusto e vedrai che li sistema tutti sti fannulloni..."
Cadiamo dalle nuvole: siamo a 1400 metri, in cima a Gouta, piove a dirotto e questo ci viene a tirar fuori la politica.
Io sto zitto, non vorrei rincarare la dose, ma quello insiste e mi punta, "e lei, che lavoro fa?". Gli
dico allora che lavoro per Regione: apriti cielo, sembra che debbano piovere calci nel sedere.
Avrei un discorsetto pronto, "Tu che butti gli scarti delle tue cave sulle nostre spiagge, vieni a dire a noi che dovremmo fare meglio il mio mestiere?"
Per fortuna interviene Claudio, spiove un pochino e decidiamo di tornare giù. Ma è solo un momento, appena imboccata la discesa ricomincia a piovere.
E' il battesimo di Gouta, la montagna incantata, 14 km di discesa fatta a 15 all'ora perchè i freni, bagnati, non funzionano più.
Una volta giù si parla della prossima avventura: Mandelieu, Manosque, Cap D'Ail, Castellar.
Va bene, tutto quel che volete - rispondo - dopo Gouta che cosa resta?
Giarevel

mercoledì 4 giugno 2008

Pietra Ligure: “cinghiali” sugli scudi, Paolo è Campione Regionale!











Ragazzi che giornata! ..che l’Olimpico di Pietra Ligure fosse una gara importante, che fosse adatta ai cinghiali ponentini per le difficoltà dei suoi percorsi, che i ragazzi fossero in forma, che alcuni di loro avessero preparato al meglio questa prova e che si potesse far bene..lo si sapeva, era nell’aria insomma, ma che Paolo Borfiga si laureasse Campione Regionale di Triathlon Olimpico con una prestazione sbalorditiva ( e lo dico da atleta, vi garantisco che non è retorica, Paolo è stato superlativo) centrando il quinto posto assoluto con lo strabiliante tempo di 2h23’41”; che Andrea gli facesse compagnia sul gradino più basso del podio regionale col suo 23esimo posto assoluto in 2h32’29”, non era certo nelle previsioni.

Due cinghiali sul podio regionale,insomma.. mica “pizza e fichi”!!

Ma a testimonianza del grande momento che sta vivendo il gruppo del “Ponente”, completano l’opera le grandi prove del “solito” Claudio Mingherlino, indomito combattente, che strappa la 46esima piazza assoluta in 2h36’16”, ma soprattutto capace di dare consigli preziosissimi a noi compagni durante la gara dimostrando una lucidità e una visione della gara impareggiabili;
del presidente “Valmer”,una certezza, 82esimo con 2h44’34”, dello sfortunato Sandro 88esimo in 2h45’54” che dopo una buona prima frazione, vede sfumare il suo lavoro a causa di una foratura in bici, di Ivan alla sua “prima Pietra” che raccoglie un buon 117esimo posto in 2h51’59”, di Stefano che chiude le sue fatiche in 139esima posizione in 3h01’28”, di “Mimì” che dopo 3h04’16” taglia il traguardo in 151esima posizione e di “Pino”, il più “nuovo” e meno esperto del gruppo, ma anche il più ..ehm..il meno giovane, diciamo così, che riesce nel suo intento di portare a termine la sua impresa in una gara con percorsi davvero molto impegnativi!

Bravi tutti insomma, e a gara finita, la bella giornata è stata coronata da una “mangiata” tutti assieme al festino organizzato nelle bellissime vie del centro storico di Pietra Ligure.

I “Maremolati” hanno pensato proprio a tutto, complimenti.

Che bella festa!!

Le nostre foto:
http://picasaweb.google.com/grgiacomorevelli/TriathlonPietraLigure