venerdì 23 luglio 2010


Due cinghiali tra i ghiacci




LENTAMENTE MUORE CHI EVITA UNA PASSIONE, CHI VUOLE SOLO NERO SU BIANCO E I PUNTINI SULLE I PIUTTOSTO CHE UN INSIEME DI EMOZIONI CHE FANNO BRILLARE GLI OCCHI, QUELLE CHE FANNO DI UNO SBAGLIO UN SORRISO, QUELLE CHE FANNO BATTERE IL CUORE DAVANTI AGLI ERRORI ED AI SENTIMENTI…………………EVITIAMO LA MORTE A PICCOLE DOSI RICORDANDO SEMPRE CHE ESSERE VIVO RICHIEDE UNO SFORZO DI GRAN LUNGA MAGGIORE DEL SEMPLICE FATTO DI RESPIRARE……….

Quante volte leggendola ho fortemente pensato che Neruda l’avesse scritta per me, magari ci siamo conosciuti e il mio vivere ha ispirato il poeta, mi dicevo…. quanto sento mie le parole di questa poesia e quindi quanto immenso e piacevole stupore ho provato nel trovare queste parole su un foglio appeso vicino a decine di altri fogli e foto di imprese alpinistiche, in un rifugio semi-sperduto nel massiccio del monte rosa a 3400mt sul livello del mare…
Chissa perché era lì…chissa cosa pensava la persona che vicino a Messner ed al k2 ha ritenuto sensato mettere una poesia di Pablo Neruda, poeta famoso ai più grazie al film del grande Troisi…
Forse invece non c’era posto migliore di quel rifugio, perché credo che chiunque sia arrivato fin lassù ed abbia letto quelle poche righe, si sia sentito come me il protagonista dei pensieri del poeta.
Forse è veramente il posto migliore dove collocare così belle parole…..un luogo cosi lontano da tutto dove la semplice azione di respirare diventa così difficile da farci ricordare di essere vivi.



Un gioco che ho sempre amato fare è quello di partire da un dato di fatto e procedere a ritroso fino a trovare il famoso bivio…quello che ti fa trovare in un luogo piuttosto che un altro…dire una cosa piuttosto di un’altra o anche solo pensarla
Ce ne sono migliaia di bivii nella vita di ognuno di noi, alcuni di questi ci appaiono più di altri…ecco il gioco consiste nel cogliere il primo bivio che ci viene in mente senza stare a pensare se sia o meno quello realmente più importante.
Domenica nel rifugio, in compagnia di Neruda ho ripensato a quale bivio mi avesse portato li e mi è subito venuto in mente un luogo: Perinaldo, ed una circostanza importantissima, il compleanno del Ponente triathlon….lì più che un bivio per la prima volta ho incrociato la mia strada con quella di “uno psicologo che non sa nuotare, che corre solo in montagna, con la faccia un po’ stralunata, ma decisamente simpatico”.
Era seduto davanti a me, si è parlato di figli, di vita quotidiana…niente tempi nè ripetute nei nostri discorsi, di lui mi ha colpito la semplicità e il fatto che non guardasse il mio “linguaggio fisico”…..chissà perché quando si pensa ad uno psicologo si pensa a qualcuno che non fa altro che analizzare il prossimo, quindi il perché dici una cosa piuttosto che un'altra, o perché incroci le braccia davanti, piuttosto che metterle sul tavolo…tutte fisse che si hanno quando abbiamo di fronte qualcuno che pensiamo possa leggerci dentro!!!
Comunque la cena finisce e dello psicologo non nuotatore non rimane che un ricordo…..
Ci si vede nelle riunioni, in qualche gara, ci si segue nei vari resoconti sul comune blog, ma nulla più….poi un paio di mesi fa le nostre vite si incrociano di nuovo su una falesia a Gorbio e sboccia “l’amore” che convoglia in un matrimonio celebrato tra il Col del Turini e Cap d’Ail, passa per piccole crisi su un catamarano scuffiato a largo di bordighera per ritrovarsi più forti e uniti che mai alle pendici del monte Castore.
Ecco perché sono lì al rifugio insieme a Neruda.
Yann (sarà poi veramente uno psicologo?) è accanto a me, non è il ritratto della salute, ha patito l’altitudine come è quasi normale che sia, per chi in meno di 10h passa da 0 a 3500mt sul livello del mare.
Beviamo un the caldo, tutto è nuovo per noi.
Non conosciamo il nome dei monti che ci circondano, non avevamo mai visto un rifugio in vita nostra, non sapevamo neanche che è inutile portarsi le ciabatte…te le danno loro!!!
Ci guardiamo, non è il nostro posto…non ora, non per come pensiamo debba essere…
Non ne parliamo subito, avremmo modo di farlo a ritorno, ma so che i suoi pensieri corrono sulla stessa mia lunghezza d’onda… forse stiamo facendo una cosa, sicuramente alla nostra portata, ma che non ci appagherà al 100% per il come la stiamo facendo.
Lo psicologo che non sa nuotare continua a non stare bene, ha difficoltà più di altri a respirare o credo che a differenza di altri lui non provi nessuna vergogna a renderlo visibile e già da subito, conoscendosi, decide che è il caso di fermarsi lì, decide da quel momento che SOLTANTO L’ARDENTE PAZIENZA PORTERA AL RAGGIUNGIMENTO DI UNA SPLENDIDA FELICITA….. Neruda è sempre li con noi!!!


Il Castore, il Monte Bianco, l’Everest sono lì da sempre e saranno lì dopo di noi……
Mangiamo e andiamo a passare una delle notti più serene che ricordo negli ultimi mesi, dove nè il vento, nè i serracchi nè la tosse somatizzata di una nostra vicina ha benché minimamente rovinato.
Ci svegliano alle 4, Yann sta meglio, ma ormai ha deciso e nulla può fargli cambiare idea…farà colazione con noi e poi scenderà a valle…… pagherei oro perché venisse su, lo farei perché è per lui che sono lì, lo farei perché so che mi mancherà il non poterlo abbracciare in vetta, il non poter condividere qualcosa che non conosco ma che so sarà grande…..però lui è così e non sarebbe la persona che è se si fosse fatto convincere a provare “per un quarto d’ora”.
Fa freddo, mi danno una piccozza, mi mettono dei ramponi ai piedi, mi legano a degli sconosciuti e via sul ghiacciaio con pendenze al 45% e con la consapevolezza di non poter distrarsi nemmeno per 1 sec nelle successive 3h…Ci salutiamo con Yann solo fisicamente perché so che comunque mi accompagnerà così come io scenderò a valle con lui… so che mi guarda e so che sa cosa io stia provando e non perché lo abbia studiato all’università ma perché siamo fatti della stessa materia, una materia che agli occhi di molti può sembrare priva di senso logico e basata su un profondo egoismo, dove non cè spazio per nessun altro se non per noi stessi, ma è cosi che siamo fatti e LENTAMENTE MUORIAMO se ogni tanto non facciamo qualcosa che ci ricorda di essere vivi..






Sono le dieci di sera e mi sveglio da un sonno beato. Mi trovo nel luogo più sicuro e bello del mondo a 3400 metri di altitudine: il rifugio delle guide di Ayas, su di uno spuntone di roccia scura, affacciato al ghiacciaio immenso e maestoso.


Ho fatto un sogno. Arrampicavo su una via non facile e lunghissima, eppure le mani e i piedi trovavano appigli impercettibili ma sicuri. L’ascesa era sempre più veloce, senza intoppi. Non avevo né corda, né rinvii. Nessun timore, solo il desiderio di salire. Arrivato in cima perdo una presa, ma un istante prima di sentire il mio corpo precipitare nel vuoto, una mano forte mi afferra, alzo lo sguardo e incontro il volto serio di Emiliano che si apre in un caldo sorriso e mi dice: “pensavi di essere solo eh?”
Quel volto serio l’ho visto varie volte oggi nell’avvicinamento al rifugio. Mi guardava e con lo sguardo, discretamente, voleva sapere come stavo, perché si vedeva chiaramente che non andava bene, che stavo arrancando e sputando l’anima già solo tra i 2500 e i 3000 metri. E quella mano anche, l’ho poi sentita, forte, nella sua presenza, nella decisione di starmi vicino, in mezzo alla nebbia e sotto la grandine, negli ultimi 400 metri di dislivello, dove avrei voluto sedermi tra la roccia e il ghiaccio e aspettare il mattino, il sole, per poi correre a valle. Quello sguardo invece mi ha portato su, al caldo e al riparo. Ora fuori impazza un vento furioso che sembra voler scoperchiare la nostra casetta. Mi viene in mente la favola del lupo e i tre porcellini che racconto sempre a mio figlio. Ma il lupo là fuori non c’è più. Il lupo è stato dentro di me e la casa, ora, è di mattoni.



Apro gli occhi, mi giro e incontro lo sguardo di Emiliano, sdraiato nel letto, ha la schiena larga e l’anima delicata. Entrambi ci infuochiamo per un sogno e poi lo realizziamo, siamo volubili, testardi, appassionati e indecisi, sinceri ed essenziali, poi anche tanto diversi. Ma il tratto che agli occhi degli altri ci accomuna di più è sicuramente quello strano ermetismo che ci compone. “Come si sta bene qui” faccio io. E lui risponde: “Si sta troppo bene”. Attorno a noi, negli altri letti, sono tutti un po’ agitati. Tra poche ore la sveglia nella notte. Infileranno giacche e guanti, ramponi e piccozza, e via alla conquista del Castore, la vetta di 4200mt.
Ma una montagna non si conquista tanto facilmente. Puoi arrivare su, avere fortuna, essere accompagnato da brave guide (come le nostre), anche se è la prima volta che vedi un ghiacciaio in vita tua. Ma la montagna può decidere di non farti passare. Perché? Questo sta a te scoprirlo.
A me la montagna, quel giorno, ha detto no. Mi ha schiacciato dall’alto della sua magnificenza, mi ha tolto il respiro e segato le gambe. Poi io ho insistito e allora mi ha proprio stritolato, facendomi quasi perdere il senno. Allora ho capito. Ho capito che esiste ancora qualcosa di più forte dell’uomo e ho ritrovato un senso di religioso rispetto per gli dei, che onnipotenti, stavano tutto intorno a noi, lassù, in quell’aria sottile. Dal momento in cui ho capito che mi dovevo semplicemente fermare e inginocchiare con rispetto alla montagna, non ho più avuto paura.
Saper tornare indietro è il viatico per poter andare avanti. Queste parole inviate da un amico che la sa lunga, mi hanno tolto ogni dubbio, mentre le guide cercavano di convincermi ad attaccare la vetta. Semplicemente li lascio partire e dalla finestrella del rifugio fisso intensamente la figurina del mio compagno, secondo di cordata. Lo seguo per otto minuti e scatto anche una foto, finchè non scollina oltre la prima salita del ghiacciaio. E consegno a lui le mie aspirazioni, il mio eroismo e la mia forza ritrovata, perché possa tornare vincitore. Così sarà!



mercoledì 30 giugno 2010

1 olimpico e 1/2‏

A due settimane dalla scoperta del pianeta extrasolare più simile alla Terra da parte degli astronomi dell'ESO, gli scienziati della NASA rispondono ai colleghi europei con l'identificazione del pianeta extrasolare "più" strano. HD 149026b, questo è il nome del pianeta, "è piccolo, molto denso, e ora sappiamo che è anche molto caldo.
Potrebbe iniziare così l'avventura conclusasi da 5 cinghiali tra cui un veterano il 27/06/2010.
Manosque uscita A51 oppure sotto consiglio di Claudio per un bel giro panoramico conviene uscire a Saint Maximin e poi seguire le indicazioni per Rian e continuare per Manosque percorrendo una lunga strada a doppia corsia che divide le ampie distese di grano bagnate da enormi irrigatori meccanici con un raggio d'azione di 400mt.Oltre al paesaggio tanto diverso dal nostro un'altra cosa che colpisce appena addentrati in questo territorio e il gran caldo. Il forte Sole e il giallo del grano danno la sensazione di essere stati buttati dentro un'immensa palla di fuoco,inutile cercare refrigerio qui non esiste ombra e dai rubinetti esce solo acqua calda.Ogni tanto il cielo concede un pò di tregua con qualche nuvoletta secca ma la piogerella non fa in tempo a toccare terra che già evapora come le idee confuse di chi come noi non si ricorda più che cosa e venuta a fare a Manosque.
Il paesino e carino se girato una volta sola alla seconda volta incomicia a stare sulle palle in compenso hanno un bel parcheggio sotteraneo molto fresco ed economico.
La carne e ottima e sanno arrostire molto bene anche le patate ma occhio a prendere la pasta perchè vi ritroverete come me a dare spiegazioni sul perchè non è di vostro gradimento uno spaghetto alla bolognese condito col Ciappi.
Il 27/06 e il giorno in cui cade la riccorenza del gemellaggio tra Manosque e Voghera. Nelle piccole piazze del paese piccoli palchi accolgono musicisti francesi che si sforzano ad attirare l'attenzione dei turisti di passaggio con brani di cantautori Italiani es: Ramazzotti con "Più bella cosa non ce" uno strazio.
Parlando di triathlon queste sono le strade dei cronomen e pure dei ciuccia ruote, la partenza rispetto a 2 anni fa l'hanno spostata alle 9.00 del mattino per evitare di soccorrere gente collassata sotto al sole.L'organizazione tipica francese lascia sempre senza parole tutto al max della sicurezza. Una volta usciti dall'acqua incomicia il bello ben 53km di vallonato a salire si passa da una strada trafficata all'entroterra locale tra il verde degl'alberi e il solito giallo del grano su e giù con curve e controcurve a velocità sostenute.La natura che si presenta davanti e da mozzafiato e pure il caldo te lo mozza, al 30esimo km un lungo rettilineo taglia a metà i campi di grano e quelli di lavanda n mezzo ai campi i Giapponesi armati delle loro macchine fotografiche scattano foto a ripetizione forse ignari del pericolo che corrono il loro piedi sandalati "le biscie".
Una volta arrivati in zona cambio allestita nella pineta vicina al lago le forze vengono a mancare per affrontare un cross lungo 10km che si attorciglia tra gl'alberi e si distende per poco sulla riva del lago, 2 giri interminabili per chi non ha più forze da spendere. I 5 cinghiali tagliano tutti il traguardo, ottima prestazione di Claudio e ottima quella di Stefania che al suo secondo lungo vanta la prensenza a 2 degl'olimpici più duri.In ordine Claudio, Alessio,Andreone,Ivan,Stefania per i 3 di mezzo tanta fatica per conquistare il fondo della classifica ma orgogliosi di aver tagliato il traguardo.
















Edvard Munch, L'urlo, 1885

L'urlo e' il piu' celebre quadro di Munch ed, in assoluto, uno dei piu' famosi dell'espressionismo nordico. In esso e' condensato tutto il rapporto angoscioso che l'atleta Ivan avverte nei confronti del triathlon di Manosque.







giovedì 17 giugno 2010


Buongiorno Mme Catherine, noi non ci conosciamo, ci siamo incontrati una sola volta nel corso delle nostre vite e, anche se per me è già abbastanza, sarebbe troppo pretendere che lei si ricordi di me. Del resto non mi ha visto che per pochi secondi sarebbe impensabile che in quel brevissimo lasso di tempo mi avesse notato e tra noi due ci fosse stato un qualche tipo di scambio. Non potrei nemmeno pretenderlo, perchè se tutto fosse andato come doveva andare, noi non ci saremmo mai incontrati e non avremmo avuto nessun tipo di relazione, tantomeno il piacere di conoscerci. In tal caso, non credo che qualcuno di noi due se ne sarebbe mai lamentato: sono cose queste che ai giorni nostri avvengono quotidianamente. In ogni istante della nostra giornata, nelle nostre città, ovunque, ci sono auto, pedoni, biciclette che si incrociano un attimo e poi proseguono per la loro strada nel più completo oblio.

Sono convinto che ciò sarebbe accaduto anche nel nostro caso quella domenica mattina un po' fredda di inizio primavera (mi dicono, visto che, purtroppo, lo shock ha cancellato in me qualsiasi ricordo dell'incidente) e certamente, lei non me ne avrebbe voluto se avessi continuato a pedalare tranquillamente sulla mia bicicletta senza accorgermi dell'arrivo della sua auto in sorpasso sulla corsia opposta. E' così che funziona. Tutto questo incontrarsi eppur ignorarsi fa parte delle regole che noi esseri umani destinati a vivere in società ci siamo dati per continuare a sopravvivere. Sarebbe assurdo, quasi disumano, infatti, ricordarsi ogni giorno, ad esempio, di tutti coloro che abbiamo incrociato per la strada andando al lavoro: la cosa forse ci occuperebbe a tal puno da non lasciare spazio ad altro per tutto il resto della giornata. Contro questa evenienza abbiamo infatti stilato un librone di norme che volenti o nolenti dobbiamo rispettare: il codice della strada.

A entrambi credo comunque resterà memoria di quel che è accaduto. A lei, come minimo, per esperienza e consapevolezza di utente della strada. A me per la sofferenza e il disagio di tutto ciò che ho passato. Il fatto che ora le stia scrivendo, non significa naturalmente che io stia meglio, nè che lei possa sentirsi esentata di alcuna delle sue responsabilità. Scrivere lo facevo prima e continuo a farlo tuttora, non ne posso fare a meno. Anzi. dopo questa esperienza non si meraviglierà che ritorni a scrivere con frequenza ancora maggiore. Inoltre gli amici mi suggeriscono di farlo e i medici lo consigliano perchè aiuterebbe a superare lo stress dell'incidente. Pur non credendo io al valore terapeutico della scrittura, mi sono accorto che il corpo e la mente hanno tempi differenti per riparare i propri danni: l'uno procede spedito, piatto, deciso, pilotato da non so che verso il ripristino della situazione iniziale di buona salute; l'altra invece è soggetta a continui sbalzi, umori e venti inattesi che la colgono nel cercare di spiegare l'accaduto. Proprio ad uno di questi, impetuoso, contrario, spietato, ho dovuto sottrarmi per cercare di spiegarmi e spiegarle che cosa sia stato per me l'essere investito e poi lasciato agonizzante sull'asfalto, a causa della sua fuga.
Il fatto che le stia scrivendo, non significa nemmeno che io l'abbia perdonata per ciò che è successo. Sono dell'idea, forse antiquata, forse ambiziosa, che il perdono sia qualcosa che vada guadagnato e per quanto mi riguarda, ciò che lei ha fatto finora non è abbastanza per ottenerne uno nemmeno parziale: constuirsi alla polizia solo dopo quattro giorni dall'avermi investito e abbandonato per strada ha giovato certamente più a lei, alla sua coscienza e alla sua fedina penale che non a me e alla mia stima del genere umano. Con questo non vorrei responsabinizzarla: lei può aver avuto i suoi motivi per fuggire, ma io ho avuto i miei buoni motivi per sopravvivere.

Una parte delle sue azioni di quella mattina, quelle vincolate alla legge, come il commettere un sorpasso azzardato, invadere la mia corsia (tutte cose che ho letto sulle pagine di cronaca dei giornali) e violare o meno il codice della strada, saranno i giudici a decidere se e come punirle o perdonarle, su ciò quindi non voglio discutere. Su altre, invece, come la sua assenza nei giorni successivi al nostro rendez-vous o il poter pensare che tutto si possa risolvere semplicemente con una lettera di scuse (inviata due settimane dopo) e l'intervento di un giudice e un buon avvocato, potrei avanzare obiezioni sul fatto che esse rientrino, oltre che nelle opinioni personali, nella giusta dialettica intrinseca del nostro essere esseri umani. La cosa più grave, infatti, quella che mi ha offeso in qualità di essere vivente prima che in quella di essere umano, è stata proprio il suo lasciarmi, il suo abbandonarmi subito dopo avermi certamente visto sbattere contro il suo cofano, romperle parabrezza e specchietto retrovisore (elementi tratti che dai verbali della Gendarmerie).

Non fu, il mio di arrivarle addosso, il gesto deliberato di un folle, compiuto volutamente ai suoi danni, non lo fu perchè, oltre a non avere alcuna motivazione contro di lei, sono stato proprio io ad uscirne peggio, demolito nel fisico (trauma cranico, costole, sterno ed entrambe le scapole rotte con perforazione dei polmoni ed emotorace, dicono i primi bollettini medici) e nella mente (uno stato di amnesia che mi impedisce tuttora di ricordare tutto, dalla sera prima dell'incidente a quando mi sono svegliato in ospedale vicino a mia madre che piangeva). Comunque sia stato, sto pagando molto caro questo mio essere stato un don Chisciotte della stada ed aver inconsapevolmente intepretato la sua automobile come un mulino a vento. Ma proprio per queste premesse, la sua fuga così repentina dopo il nostro scontro assume per me un significato particolare, quasi esistenziale, ontologico direi. Il fatto che io stessi rischiando la vita (gradualmente non potei più respirare, i miei polmoni si stavano riempiendo di sangue) e lei mi abbia lasciato lì e si sia subito allontanata, senza nemmeno la considerazione che si deve non dico ad un cane, ma ad accertare egoisticamente i danni per il proprio veicolo, mi ha fatto capire la relatività delle cose, ossia quanto poco valeva la mia vita in quel momento per lei. Capisco, il panico, in quell'istante, come mi scrive nella lettera, bloccava la sua mente e le impediva di decidere come forse qualsiasi altro essere umano avrebbe fatto. Ma di in quel momento, comunque, lei si è trovata di fronte ad una scelta: salvare lei stessa da una possibile accusa (per di più la seconda, visto che ha già un procedimento in corso per l'investimento di un ciclista), oppure salvare me da una possibile e rapida morte. Lei ci ha impiegato pochissimo a decidere, una frazionde di secondo: le è bastato premere sull'acceleratore della sua auto e sgattaiolare via. Io sono rimasto lì, dove mi ha lasciato.

Non so se questo sia dipeso da una sua assoluta fiducia nelle grandi capacità degli operatori del pronto soccorso locale (mi hanno salvato la vita) cui è stato necessario intubarmi per evitare che morissi e nei medici dell'ospedale Saint Roche di Nizza nel quale sono stato poi ricoverato. Non so, forse se la paura di aver paura può generare in questi casi un terrore più cieco del caso anzichè un atto di responsabilità. Certo è che in questo modo, in quell'istante, è come se lei avesse avuto la possibilità non comune di scegliere se un suo simile doveva vivere o morire. E' questo che comporta il prestare soccorso a qualcuno dopo averlo investito. Da ciò che ho raccontato finora penso si deduca chiaramente quale fu la sua scelta. Ed è questo che mi offende. Come essere vivente ho acquisito con la mia nascita, in questo mondo, uguali diritti di vita che tutti gli altri che lo popolano. Il fatto che lei abbia preferito tutelare sè stessa in quell'istante è come se abbia offeso questa mia dichiarazione di esistenza: è questo che è più difficile perdonarle. Prestare soccorso dopo un evento del genere, non è soltanto un rigo del librone di cui le parlavo prima. Sta scritto ben più dentro, ben più a fondo, nel nostro libretto di istruzioni. Qualcuno si è fermato effettivamente quella mattina: ed è stata una bambina. Era per strada con sua madre e non ha esitato a chiedere come stavo, ad accarezzarmi il volto mentre svenivo. Forse da bambini quelle istruzioni le abbiamo scritte dentro: anche in una società naturale, senza stato, come quella di bambini, l'istinto spinge a fare certe cose e quella bimba è stata in grado di fare meglio di lei. Nel momento in cui lei si è allontanata lei ha deciso: ormai non si decide solo a parole, ma sono altresì importanti i nostri gesti, le nostre azioni.

Non dico che una sua decisione di fermarsi avrebbe avuto meno conseguenze su ciò che ho passato dopo: le fratture erano tali che ci sarebbero lo stesso voluti operazioni e mesi d'ospedale; ma la disperazione dei miei genitori, l'angoscia dei miei amici, quel senso di ingiustizia che per giorni è rimasto al mio capezzale, non dico non si sarebbe avvertito, ma forse l'avremmo sentito meno. Come la sua assenza: di tutto ciò che accade, volontario o no, siamo responsabili con le nostre azioni. Scomparire come ha fatto lei, sono sicuro non l'ha aiutata a sentirsi meno in colpa. E nei giorni successivi alla sua costituzione, quando ormai i nostri giochi di responsabilità erano fatti, tutti avrebbero valutato molto positivamente una sua visita, una sua telefonata al mio letto d'ospedale per chiedere scusa. No, si è trattato di scegliere, pure in quello: lei ha ancora preferito fuggire.

Ora, ormai, è troppo tardi. Ormai credo che tra noi due è meglio lasciare che si parlino solo giudici e avvocati. Ma anche di questo non sono contento: esistono codici ben più elevati che quello della strada e quello civile: noi (alcuni di noi) siamo in grado di riconoscerli quando si presenta l'occasione. Credo che la sua occasione però sia passata per sempre: se non ci è riuscita allora, spero non ci siano mai più incidenti come il nostro da permetterle di farlo. A me rimane anche la voglia di intrarla: non più però in qualità di vittima. Forse ripeterei la stessa cosa di quella fresca mattina di maggio, a Roquebrune, pedalando tranquillo per strada, scorgendola arrivare correttamente sulla sua corsia: solo allora forse io e lei potremo guardarci davvero negli occhi. Sarebbe la prima volta.

Giacomo Revelli

martedì 8 giugno 2010

BUON GIORNO, BEAULIEAU

Ci sono gare che si somigliano e ci sono gare che fanno di tutto per somigliare ad altre. Beaulieau no. E’ unica, somiglia soltanto a se stessa. Inutile chiedersi: “Ma con tutte le strade che ci sono che senso ha andare per tre volte dal bord de mer alla Moyenne Corniche per poi tornare sempre qui?”. E’ diventata una specie di totem, con il quale i triatleti prima o poi devono confrontarsi. La soddisfazione di nuotare alle prime ore del giorno nella baia perfetta, per poi prendere “l’ascensore” verso Eze, farsi un giro e vedere che tempo fa (qui non sarebbe attendibile una stazione meteorologica) nel corso degli anni ci abbiamo trovato di tutto, nonostante la gara si svolga sempre nello stesso periodo: dal caldo torrido alla grandine, dal diluvio al vento, persino la nebbia. Il tempo di scendere, cercare gli sguardi delle persone che sono venute a vederci e poi via si riparte, ma anziché premere il bottone e affidarsi all’energia elettrica sono le nostre forze che ci portano su. Scesi di nuovo si posa la bici, nel frattempo le gambe sono lievitate come una torta ben riuscita e inizia la terza ascesa, la più dura, ma la più particolare. E sì perché nel triathlon che cerca di diventare sempre più uguale, con percorsi podistici brevi da ripetere svariate volte, qui si compie ancora l’antico rito della scomparsa. La gente che attende si chiede: ma che fine avranno fatto, come starà andando? E’ il fascino del giro unico, che può trasformarsi in sorprendente o deludente secondo i casi. Una specie di triathlon nel triathlon: salita discesa e pianura, fortunatamente alla fine non si cambia più c’è l’arrivo. Facce stanche ma felici e poi a pranzare tutti insieme dai funamboli del circuito mondiale, fino agli ultimi amatori arrivati. Siamo tutti andati bene, e un applauso speciale va alla Doc Stefania un debutto olimpico davvero onorato. Contenti, festeggiamo il presidente che dopo un paio di stagioni difficili torna ai vertici della sua categoria. Un pensiero corre al nostro grande atleta e scriba ufficiale. Ci manca, ma tornerà. Ci salutiamo e l’ultimo sguardo va alle sedie allineate nel parco bici, ormai vuote, arrivederci. Il sole scalda davvero e nel frattempo a Pietra Ligure sta per partire la prima batteria(….????). Un altro mondo.

CLAUDIO